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Quando si parla di survival horror il primo titolo che torna alla mente è sicuramente Resident Evil, nonostante il fatto che, per assurdo, nelle sue ultime incarnazioni abbia rinnegato se stesso. In realtà questo ormai diffuso sottogenere trova le sue origini ben più indietro nel tempo, nell’oramai lontano 1992, grazie alla saga di avventure dinamiche a sfondo orrorifico Alone in the Dark, di cui The New Nightmare costituisce forse il capitolo videoludicamente più noto e apprezzato.

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Con chi cominciare? Con la bella dottoressa o con il tenebroso detective?

The New Nightmare porta con sé notevoli innovazioni per la serie. Oltre ad essere il primo titolo ad approdare su console, vanta un cambio di ambientazione, resa più contemporanea, che lo rende simile alla produzione Capcom, pur mantenendo la propria identità.
Cambiano tempi e luoghi ma non il protagonista. Lasciati i baffoni nel vecchio West, torna più giovine che mai il famoso Edward Carnby, detective dell’occulto con una particolare sensibilità per la sfera dell’oscuro. La vicenda sarà interamente ambientata a Shadow Island, isola da tempo divenuta proprietà della misteriosa famiglia Morton – ogni nome qui è una garanzia di allegria, accidenti! – e luogo dove ha trovato la morte Charles Fiske, collega e amico del nostro Edward “Bellicapelli“. Le prime indagini del detective lo portano a mettersi in contatto con un tal Fredrick Johnson, agente del Bureau 713 (e qui ci sarebbe da discorrere sulla scelta numerologica dove figura il 13 e anche il 47 tramite alcune manipolazioni, entrambi numeri poco raccomandabili), un dipartimento che indaga segretamente su occulto e paranormale. Secondo quanto riportato da Johnson, Fiske era stato incaricato di investigare su alcune antiche tavolette legate alla cultura degli indiani Abkanis, una delle più antiche popolazioni mai conosciute e da tempo ritenuta estinta. Dopo ripetute insistenze da parte di Carnby, lui e Johnson giungono ad un accordo che prevede la riapertura del caso a patto che il nostro Eddy accompagni sull’isola la giovane e bella dottoressa Aline Cedrac, incaricata di recuperare le tavolette, tradurle e autenticarle con l’aiuto del professor Oben Morton, ultimo rappresentante della centenaria famiglia.
Tanta carne al fuoco eh? Beh, per completare la cottura e mettere la salsa barbecue, Aline ritiene di possedere un legame parentale con lo stesso Morton, essendo entrata in possesso di una foto che ritrae la propria madre insieme al dottore.
Le basi del mistero ci sono tutte, anche se raccontate molto brevemente attraverso un filmato iniziale e alcuni dialoghi tra i due protagonisti. Ovviamente le cose andranno male fin da subito, in quanto uno strano essere attaccherà il velivolo di Edward e Aline, costringendoli a paracadutarsi sull’isola e, visto che non c’è mai fine al peggio, i due atterreranno in due luoghi diversi, evento che li costringerà ad intraprendere strade separate pur restando in contatto attraverso walkie-talkie.

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Mi chiamo Edward “Bellicapelli” Carnby, e sono qui per darti una man…. ehm aspè!

Comincia così questa incredibile avventura horror, dove fin dall’inizio sarà possibile scegliere il personaggio con cui giocare. Differentemente da produzioni simili, la storia è unica e con strade sovrapposte. I due personaggi quindi hanno lo scopo di farla vivere dai rispettivi punti di vista, così da poterne avere una visione complessiva e coglierne tutti i dettagli, solamente dopo aver completato entrambe le “run” (ora va di moda questo termine). Questo accorgimento fa si che tutto appaia credibile dal punto di vista narrativo, con tanto di enigmi in comune, che affronteremo prima con un personaggio e poi con l’altro.
Il sistema di gioco è quello tipico dei “survival horror”, con tanti nemici che attentano alla nostra precaria salute, un arsenale sempre più potente, munizioni e medikit da centellinare, e per finire enigmi contro i quali sbattere la testa. Ehi, e il sistema di salvataggio? Niente macchine da scrivere amici terrestri. Gli sviluppatori hanno pensato ad un sistema più “libero“. Attraverso l’utilizzo di appositi medaglioni da raccogliere in gioco, è possibile salvare i progressi in qualunque momento, a patto di ricordarsi che lo stato del salvataggio è riferito all’ingresso nell’area attuale.
Ok, non c’avete capito una ramazza. Vi faccio un esempio che più chiaro non si può. Immaginate di essere entrati in una stanza di villa Morton, e di aver affrontato e sconfitto il boss in essa presente. A questo punto viene normale pensare: “Caspita ce l’ho fatta! Adesso salvo, che sto pezzo non me lo voglio rifare manco pagato! Azz! Sono già le 3 del mattino!“. A quel punto salvate, spegnete e andate a dormire. Il giorno successivo avviate il gioco, caricate il salvataggio e BAM!!!! boss da rifare! Lo so, lo so, anch’io volevo lanciare il CD fuori dalla finestra, ma era chiusa e mi è rimbalzato in testa.
In breve, il salvataggio prende come punto di riferimento il momento in cui si entra in un dato ambiente. Ciò che è stato fatto dopo non conta. Quindi, consiglio da marziano amico, quando battete un boss, o superate una sezione difficile, uscite dalla stanza dove siete – in gioco dico – e solo allora salvate.
Tornando allo sviluppo del gioco, i ragazzi di Darkworks hanno ben pensato di differenziare le due avventure non solo per quanto riguarda gli enigmi veri e propri, ma presentando due esperienze calibrate in modo diverso. La storia di Carnby risulta più improntata sull’azione, oltre ad essere leggermente più difficile sotto questo aspetto. Quella di Aline è invece un continuo rompicapo e, pur iniziando sprovvista di armi, sarà più semplice dal punto di vista del combattimento. Il risultato è quindi un gioco ben bilanciato, mai eccessivamente difficile che, però, metterà a dura prova la nostra pazienza nel superare i vari puzzle.
A dir la verità i titoli di coda ci vedranno ancora in possesso di un nutrito quantitativo di amuleti e munizioni, ciò non toglie, però, che l’avventura in alcuni frangenti sia veramente impegnativa.

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Cani zombie all’esterno di una villa? Mmm dove li ho già visti?

Dal punto di vista puramente tecnico Alone in the Dark: The New Nightmare si presenta, anche in questo caso, con uno schema “classico”. Gli ambienti sono proposti con una grafica prerenderizzata al di sopra della quale si muovono personaggi poligonali. In generale il comparto grafico, ricco di dettagli devo ammetterlo, è però un po’ sottotono considerando il periodo di pubblicazione, ma l’impatto visivo, che è ciò che conta principalmente, risulta eccezionale, complici anche i giochi di luce e l’illuminazione localizzata data dalla nostra fida torcia elettrica… senza contare gli specchi che riflettono veramente.
La sezione nella villa, che occupa tutto il primo CD della versione PlayStation, è assolutamente fantastica nella sua realizzazione, con ambienti claustrofobici e opprimenti, che contribuiscono non poco alla tensione che contraddistingue l’esperienza di gioco. Peccato però per la seconda parte dell’avventura, ambientata in un dedalo di antiche caverne che risultano essere piuttosto monotone e dispersive. Specialmente con Carnby questa parte di gioco mi ha annoiato terribilmente, limitandosi ad un semplice corri e schiva fino al boss finale (che presenta il più grosso “ma che accidenti sta succedendo?” mai visto).
Di tutto rispetto il comparto audio del titolo! Al di là di un doppiaggio italiano che presenta alti e bassi, i suoni ambientali e le musiche sono da brivido. L’unica pecca è il suono non direzionale, che spesso e volentieri inganna sull’effettiva provenienza dei versi emanati dai mostri.

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Nell’immagine possiamo osservare un esemplare degli ormai estinti “specchi riflettenti”… beh sì, poi c’è anche la protagonista, ma è di secondaria importanza.

Indice di rapimento

Tutto bene quindi? Sì e no. The New Nightmare non è un gioco esente da difetti, in particolare per alcuni bug che possono risultare divertenti o dare piuttosto fastidio. Ad esempio può capitare che non venga caricato un cambio di inquadratura, così che si renderà necessario utilizzare un salvataggio precedente o procedere alla cieca fino ad un’area successiva. Oppure, ancora peggio, “il bug” che permette di evitare completamente lo scontro finale nella storia di Aline. Certo poi non si può far a meno di ridere quando tenti di aprire un cancello, e invece di sentire il suono della serratura bloccata, parte il rintocco di una campana, quasi che Aline abbia tirato una testata al metallo.
Scherzi – e bug – a parte, Alone in the Dark: The New Nightmare è un titolo da giocare almeno una volta nella vita, che voi siate o meno appassionati del genere. I cultori del survival horror possono gettarsi nell’acquisto ad occhi chiusi, sicuri di trovarsi tra le mani un’esperienza esaltante e ricca di mistero.
Piccolo consiglio personale: se vi capiterà di attraversare un periodo un po’ svogliato per quanto riguarda il “videogiocare“, prendete in considerazione questa perla del passato, sarà un toccasana per il vostro morale e vi farà letteralmente rinascere, o almeno così per me è stato.