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1990: In quel di Hull, Charles Cecil, Tony Warriner, David Sykes e Norrin Carmody fondano Revolution Software, compagnia da subito specializzatasi nella produzione di avventure grafiche. La caccia alla Sierra Entertainment, scarsamente stimata in particolare da Cecil, è aperta.

1992: Viene pubblicato Lure of the Temptress, opera prima della neonata software house e, neanche a dirlo, titolo punta e clicca. Il riscontro è confortante, nonostante i limiti del prodotto evidenzino una maturazione artistica ancora in divenire.

1994: Beneath a Steel Sky è un successo commerciale ed eleva definitivamente Revolution Software agli onori della critica e del pubblico. Il biondo George Stobbart è ancora solo un’idea, forse addirittura inconscia, ma i contorni della fruttuosa strada che porterà alla genesi della saga di Broken Sword sono stati ben tracciati.

E del resto, il gioco ha dalla sua tutto ciò che un’avventura grafica dovrebbe saper offrire: un mondo ricco ed immersivo, una storia ben scritta e interpretata da personaggi ottimamente caratterizzati, un sistema di gioco ben calibrato e sorretto da enigmi in grado di offrire un buon tasso di sfida senza frustrare. Il tutto, come nelle migliori produzioni, esaltato da un comparto artistico ispirato e da una filosofia di game design votata ad una massima cura dei dettagli.

Come promesso, dunque, inauguriamo il nostro viaggio in punta di click con un cult! Curiosi di farvi un giro sotto questo cielo d’acciaio? Non chiedo di meglio. A maggior ragione ora, a pochi giorni dal rilascio della collection di giochi che Revolution ha in programma per l’11 marzo a titolo di celebrazione dei suoi venticinque anni di storia.

Beneath a Steel Sky sta per tornare. Non facciamoci trovare impreparati.

n.b. L’intero parere si basa esclusivamente sulla versione CD-ROM.

 

LA VERITA’ GIACE SOTTO UN CIELO D’ACCIAIO

È una pregevole introduzione a fumetti a traghettarci, da subito, nel vivo dell’universo di gioco di Beneath a Steel Sky: pochi minuti di serrato racconto in immagini, che delineano davanti ai nostri occhi il cupo scenario di un futuro distopico arroccato sulle macerie della realtà come oggi la conosciamo.

Veniamo così introdotti al corposo background narrativo, calati senza preavviso in un universo di gioco desolante. Ad attenderci oltre lo schermo, infatti, un’Australia solcata dalle cicatrici di un evento catastrofico non meglio precisato, in cui poche città-stato rappresentano l’ultimo baluardo del vivere civile e parte della popolazione è costretta in condizioni primordiali nel Gap, sconfinata radura che si estende a perdita d’occhio. Proprio in queste terre in cui gli uomini vivono organizzati in tribù cacciando e rovistando tra i rifiuti delle città per sopravvivere, all’ombra della poderosa torre metallica di Union City, inizia la nostra storia.

beneath vecchio

Robert Foster, il protagonista, è un orfano della grande metropoli di ferro, scampato, molti anni prima, allo schianto di un elicottero proveniente da Union City. Lui e sua madre unici passeggeri. Lui, unico sopravvissuto. Adottato dagli aborigeni e cresciuto a pane e caccia, quel ragazzino di città spaurito e solo al mondo è cresciuto in un uomo risoluto e dalle incredibili doti, tanto che è suo il merito della costruzione e programmazione di Joey, piccolo robot senziente e suo inseparabile compagno.

Ma quello di Beneath a Steel Sky non è un paese per la quiete: in poco più di cinque minuti assistiamo allora all’arrivo di un manipolo di guardie di sicurezza di Union City decise, per motivi oscuri, a ricondurre Robert a casa; all’auto consegna dell’uomo in cambio dell’incolumità della tribù, comunque annientata a dispetto delle promesse; alla distruzione di Joey, del quale il protagonista salva prontamente la sola scheda madre;  al viaggio di Robert e delle guardie verso la città, bruscamente interrotto dallo schianto dell’elicottero nel bel mezzo del piano più alto della torre; alla fuga dell’uomo dai suoi rapitori, in cerca di una via d’uscita, in cerca di risposte.

Due volte sopravvissuto, di nuovo in piena crisi d’identità.

Come mai lo cercano a costo della vita di quegli indigeni innocenti che considerava la sua famiglia? E perchè si creano lo scrupolo di consegnarlo vivo a chiunque lo stia aspettando oltre la cortina di ferro di Union City? Esiste una via d’uscita dalla città? Ma soprattutto, per quale ragione le guardie si ostinano a chiamarlo “Overmann”?

Beneath-a-Steel-Sky-10

Con illustrazioni stile fumetto di ottima fattura e testi evocativi e perfettamente amalgamati alle immagini, l’introduzione è un’esperienza narrativa molto soddisfacente, capace com’è di informare senza esporre, bensì raccontando e definendo, immediatamente, i duri toni della vicenda complessiva. Peccato per l’assenza di sottotitoli, ma un piccolo sforzo di comprensione paga il triplo di quanto richiede

Quando una storia solleva, nei suoi primissimi minuti, tanti e tali interrogativi, le possibilità sono due: un minestrone di temi e filoni narrativi scotto, scondito e persino freddo, o un intreccio ricco di spunti e risvolti coesi al di sotto di un cappello narrativo coerente e solido. La prima è un incubo, la seconda un desiderio. Immagino, allora, si possa dire che con Beneath a Steel Sky i desideri sono più che semplici sogni.

 

UNA MODERNA TORRE DI BABELE

Il primo impatto con i piani alti di Union City è di quelli che non si dimenticano: ferro, ovunque, e rumori di macchinari, assordanti. L’interno di una fabbrica? Sì, ma lo scenario cambia di poco, all’esterno. Ed è proprio da qui, da questo asfissiante agglomerato di giunti e tubi, che inizia il viaggio di Robert alla ricerca di una via di fuga e, ben presto, della propria identità. Braccato dalle guardie, frastornato e solo: i migliori auspici sembrano essere in aspettativa.

Union City, liberamente ispirata a Sydney, è una metropoli stratificata, una torre in cui ad ogni livello corrisponde una diversa condizione sociale. Una sorta di moderna Babele, simbolo delle vuote manie di grandezza dell’uomo. Invertendo, volutamente, il paradigma creato da Fritz Lang nel suo Metrpolis, gli autori hanno immaginato però che il movimento dall’alto verso il basso corrisponda ad un’ascesa ai più alti ranghi del consesso civile. E così il piano più elevato, pieno di fabbriche e di “blue collar”, è la più sgradita delle collocazioni. È più in basso, a Belle Vue, con i suoi raffinati appartamenti, e ancor più al livello del parco, con tanto di piscina ed esclusivo nightclub, che sta la creme de la creme di una società rigida quanto le strutture destinate ad ospitarla.

Non stupisce che i cittadini siano divisi in classi, l’ultima delle quali priva dei più basilari diritti.

beneath a steel sky home

Bentornato a casa Robert

 

A garanzia del vivere “””civile”””, un Concilio di burocrati che governa elargendo sospetto e timore verso qualsiasi cosa oltrepassi i confini dell’alta torre. Un regime fatto e finito, ulteriormente inasprito dalla non trascurabile circostanza che un computer, LINC, ha assunto il controllo assoluto, passando da consigliere a dittatore incontrastato. Ma del resto, quale miglior scenario di questo per il proliferare di un’intelligenza artificiale?

Completano il quadro una sorta di guerra economica con la vicina corporazione di Hobart, combattuta a suon di sabotaggi ed embarghi, e la diffusione, negli spazi virtuali di LINC, di un virus che rischia di immobilizzarlo. Che qualcuno abbia deciso di ribellarsi?

A livello estetico, ciascun piano è realizzato allo stato dell’arte, con un uso dei colori che definirei narrativo ed una tale cura dei particolari che prendendo un qualunque dettaglio a caso è possibile avere da subito un’idea dello scenario in cui è collocato. Non un pixel fuori posto. Del resto tutti i background delle circa settanta locations sono stati realizzati a mano, e poi digitalizzati, da David “Watchmen” Gibson in persona. Non so se mi spiego.

beneath a steel sky collage

In cima, le sfumature del marrone, del rosso e del grigio appesantiscono un’aria già satura di fumi industriali, mentre gli uomini indossano tute da lavoro e coltivano sogni pesanti come il metallo che li circonda a perdita d’occhio. Nel mezzo, la “borghesia” vive tra i comfort, ma pur sempre in una dimensione artificiale, segretamente aspirando a spazi aperti e paesaggi oramai dimenticati. Più in basso, dove stanno i veri privilegiati, la claustrofobia cede il passo ad una maggiore ariosità generale, con colori più chiari, spazi più ampi e animi più sereni. Almeno all’apparenza

È un mondo freddo e ostile, quello di Beneath a Steel Sky. E, tuttavia, incredibilmente vivo. Complice il Virtual Theatre, storico engine proprietario della Revolution, infatti, i personaggi non giocanti sono liberi di compiere determinate azioni in completa autonomia, al di là della vicinanza del protagonista. A dirla tutta, oltre a piccoli spostamenti e ad una generale dinamicità degli sprites degli npc, gli esempi realmente significativi, se si eccettua Joey che segue Robert in tempo reale, sono due e riguardano altrettanti personaggi intenti a spostarsi tra uno schermo e l’altro e, in un caso, persino tra più livelli. Un buon ritorno di realismo, non c’è che dire.

La sensazione che ne risulta, e che supera anche il pelino di tedio che subentra quando bisogna rintracciare uno dei personaggi “erranti” per interagirci, è quella di muoversi in spazi virtuali ma reali, dotati di vita propria, al di là della contingente presenza del proprio personaggio a schermo. Sensazione, questa, destinata ad una decisa amplificazione nel primo Broken Sword.

Tirando le fila, l’affresco complessivo è sicuramente disturbante, benché suggestivo. L’idea di una società interamente meccanizzata, in cui la gran parte della popolazione è considerata alla stregua di ingranaggi di un più complesso meccanismo, è tanto straniante quanto attuale, ieri come oggi.   In questo senso, spostarsi tra i piani della torre è come sfogliare le pagine di un triste capitolo di un corso alternativo ma non impossibile della storia dell’umanità, e la rappresentazione di questa distopia non poteva essere più efficace.

 

DESTINY AWAITS

Sospinta con decisione da un incipit narrativo serrato e coinvolgente, la trama è un susseguirsi di rivelazioni: man mano che si penetra oltre il velo, infatti, si delineano i contenuti di quella che da semplice fuga diviene una missione di liberazione sociale, oltreché un viaggio alla scoperta di un’identità per troppo tempo sottratta.

Esule in patria, Robert diventerà sempre più l’uomo giusto al momento giusto, chiamato a qualcosa che trascende la sua iniziale comprensione. E come la tessera di un puzzle lungamente incompleto, non avrà altra scelta che trovare il proprio posto e compiere ciò che è necessario. Union City, LINC, il Concilio, i disagi sociali, i sabotaggi e le avvisaglie di una possibile rivolta. Niente è estraneo al destino del nostro protagonista.

 

beneath

Un’immagine quasi profetica: il percorso di Robert lo porterà spesso a trovarsi sospeso su un vuoto di valori e senso che rischia di sopraffarlo. A lui e a lui solo mantenersi saldo sul ciglio

Nonostante i tempi dilatati da avventura punta e clicca di razza, Beneath a Steel Sky riesce a conservare per tutta la sua durata un ritmo invidiabile, complici soprattutto i molteplici colpi di scena ed una costante sensazione di progressione aiutata dalla resa fisica del percorso narrativo, spalmato, anche visivamente, tra i diversi livelli della torre e scandito dalla graduale penetrazione di ogni loro difesa e barriera.

In questo modo, anche senza un’azione vera e propria, non si ha mai una sensazione di staticità. E quando la verità giunge a presentare il suo salatissimo conto, il fiato corto è quello di una lunga corsa, non di una serena passeggiata.

Mai vacillante, l’impalcatura narrativa tiene botta senza esitazioni, finale incluso, e il godere di un punto di vista sostanzialmente estraneo alla distopia terrificante che gli si para dinanzi, quello di Robert appunto, giova di molto ad un’immersione intensa ma da vivere in compagnia di un insistente disagio, consapevoli che per abituarsi ad un tale scenario bisogna, giocoforza, rinunciare a un pò della propria umanità.

 

PROGRESSO O INVOLUZIONE?

Ispirato a Blade Runner e Mad Max, oltrechè alla delicata fase di recessione che l’Inghilterra stava vivendo in quegli anni, all’indomani degli scioperi dei minatori, Beneath a Steel Sky è un’opera dalle tinte fantascientifiche e dai contenuti mutuati dal patrimonio cyberpunk, nella quale si esplorano molteplici temi, tutti interessanti.

Dalla disumanizzazione al delicato rapporto uomo-macchine, sempre più sbilanciato in favore di quest’ultime, destinate a prendere il controllo in una folle corsa ad un progresso che sembra più un’involuzione. Dall’oppressione del controllo sociale alla cultura dell’apparenza anche a costo di snaturarsi come esseri umani. Dalla dittatura dello “status” che soppianta l’essenza all’affannosa ricerca di ordine in una dilagante entropia. Con una punta di trans umanesimo, che non guasta mai.

 

beneath npc

Nelle parole di questo npc, che tra qualche istante si dirà sollevato che l’elicottero con a bordo Robert si sia schiantato sull’ospedale piuttosto che sulla fabbrica di tubi è evidente che la battaglia del progresso è in atto, e “l’uomo” ne è uscito amaramente sconfitto

Temi forti, duri, intrisi di una violenza che dal piano concettuale non esita a spostarsi, a tratti, a quello visivo. E’ un gioco esplicito, questo, che non lesina immagini disturbanti ma funzionali alla creazione di un’atmosfera opprimente, angosciante.

E in tutto questo, fiero e strenuo, un piccolo barlume di speranza nell’alzata di testa di chi non intende stare a guardare mentre la vita umana diviene poco più che un valore destinato ad uscire sconfitto nel gioco delle quotazioni: Robert, in primis, che con il suo humor pungente e sferzante e le sue sarcastiche osservazioni incarna la resistenza dello spirito umano a qualsiasi annichilimento indotto e costretto. Ma non solo.

Tanto in pentola, i fumi rischiano di far girare la testa. Ma non c’è nulla da temere, nel piatto servito da Beneath a Steel Sky neanche un ingrediente è fuori posto.

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