Share

Prendiamo Castlevania: Curse of Darkness e Castlevania: Circle of the Moon.
Togliamo i “Castlevania”.
Da quel che rimane, usiamo le nostre fidate FORBICI ARROTONDATE, tagliamo ben bene fino a tenere solamente la prima metà del primo titolo e la seconda metà del secondo.
Ora prendiamo la COLLA VINILICA e, con essa, posiamo delicatamente il risultato ottenuto su un gioco ispirato a Castlevania III: Dracula’s Curse.
FATTO? BENE!
Con l’aiuto di un genitore, usiamo una SPILLATRICE per collegare saldamente il tutto su quello che già viene chiamato “il successore spirituale di Castlevania: Symphony of the Night“, nato su Kickstarter tre anni fa ma ancora fuori dalla nostra portata.
“Quale”, dite? Ma Bloodstained: Ritual of the Night ovviamente!
Ed è così che abbiamo dato vita a Bloodstained: Curse of the Moon!

“CIAO, SONO IO, IL PAZZO!”

Ok, basta riferimenti ad Art Attack. Non me ne voglia il nostro Muciaccia nazionale.
Anche se, in effetti, stiamo parlando di un piccolo “attacco d’arte” dal tocco retrò.
Dai, è geniale già alla base: Koji “IGA” Igarashi, autore di moltissimi Castlevania, che organizza, fuori da Konami, un gioco originale sulla base dei suoi “metroidvania”, facendo sfornare prima, con l’aiuto degli ex-Capcom Inti Creates, un prequel 8-bit che prende spunto dai capitoli più classici.
Un simil-Castlevania III in attesa di un simil-Symphony of the Night.
Nel 2018.

“IGA does what Konami don’t”
– semi-cit.

A parte gli scherzi, il succo è quello: grazie al goal raggiunto su Kickstarter, sono riusciti a confezionare digitalmente un perfetto antipasto di Bloodstained, che ben ripercorre l’età d’oro degli action-platform anni ’80/’90, riprendendo a piene mani lo stile dei Castlevania per NES, il terzo in primis, come più volte accennato.
E non solo graficamente.

E basterebbe solo quest’immagine per capirlo.

“In questa notte di luna piena, i demoni infernali vengono richiamati sulla terra da parte di malvagi alchimisti per mettere spalle al muro l’umanità. Uno spadaccino solitario è in viaggio alla ricerca di vendetta verso tali creature e verso coloro che hanno maledetto per sempre la sua vita e quella dei suoi cari. Ma la strada alla volta del cuore dell’oscurità non sarà priva di incontri amichevoli.”
Esatto, ci sono anche Belmont, Sypha, Alucard… ah no, confondo sempre i giochi, mannagg.

Dicevo… con il nostro protagonista, Zangetsu, non dobbiamo fare altro che saltare e affettare tutto quello che comparirà davanti ai nostri occhi negli 8 livelli di gioco, passando semplicemente da punto A a punto B(oss) tramite strade principali e scorciatoie varie, sfruttando l’aiuto e le abilità uniche di ulteriori presenze giocabili: la bella Miriam, protagonista di Ritual of the Night, armata di frusta (alla Belmont), armi da taglio secondarie e agili movenze quali scivolata e salto potenziato; il vecchio Alfred, debole nel corpo ma forte delle sue magie elementali (alla Sypha); il misterioso Gebel, con i suoi poteri oscuri, quasi “vampireschi” (alla Alucard), che gli permettono di volare ed attaccare come un vero pipistrello.
Tutto qui, un semplice tributo alla pluricitata serie firmata Konami, niente di più e niente di meno.

No, non è vero. C’è molto di più. Ed è questo il punto forte del titolo.

“Is that a Castlevania reference?”

La pixel-art immortale, il gameplay sempreverde, divertente e apprezzabile ora come 30 anni fa, e il level design di alto livello che conferma il gran lavoro di Inti Creates – i quali, giustamente, non si fermano al solo “compitino per casa” – non sono i soli fattori che rendono giustizia a Bloodstained Curse of the Moon. E non parlo delle musiche, a quelle ci pensiamo dopo. Sto parlando di tante di quelle chicche che, alla fin fine, mi hanno attaccato a colla (non vinilica) alla TV per il triplo del tempo richiesto da una singola partita… no, anzi, 5 volte tanto.

Non che una run duri poi così tanto eh, si tratta di un’oretta e mezza circa, massimo due, per la prima botta. Longevità che, per lo stile di gioco dato, è più che giusta, in realtà. Ma quando ti ritrovi lì, terminata la prima modalità con il suo “bel” finale, scopri l’esistenza di una seconda modalità (Nightmare), con un’inedita parte finale. Non solo, c’è anche la TERZA modalità (Ultimate), che segue un “what if” della prima. Ricapitolando: una seconda run della partita originale da giocare con “alcune differenze” e un finale diverso, prima di avventurarsi così nella terza modalità… quante sono in tutto? 4 run?
Ben-
“Hai sbloccato la Boss Rush”
Tutti gli 8 boss filati, tanto belli quanto enormi, con due sole cure, una sola vita e ogni oggetto secondario utilizzabile solo una volta per tutta la rushata?

RAGAZZI, IO HO SPESO SOLAMENTE 10 EURO QUI, CALMIAMOCI!

“Non potevo spendere 10 euro in modo migliore”, questo pensavo durante questi scorci di serena atmosfera notturna. La quiete prima della tempesta.

Seriamente, non me lo sarei mai aspettato. Mi immaginavo un semplice “giochino extra”, ma è stato così solo in parte. Ad un certo punto l’ho giocato e finito così tante volte ed in così tante salse che mi sono ritrovato con salvataggi di partite da mezz’ora circa… sì, lo so già a memoria.
E’ immediatamente diventato uno di quei giochi che mi piace finire così, per sfizio, proprio come i Castlevania. Giusto per passare quell’oretta con “cosebbelle”.
O anche solo per sconfiggere i boss, alcuni veramente spettacolari, oltre che davvero vari e ben sviluppati, soprattutto il finale della Nightmare Mode, epicità a fiumi e plot twist che mette hype per Ritual of the Night.
O anche solo per riascoltare certe musiche… AH, LE MUSICHE! Anzi, meglio: il sound design in generale! La OST poi è già impressa nella mia mente.

Siamo di nuovo davanti alla grandissima Michiru Yamane, anche lei di ritorno da Symphony of the Night e compagnia bella, una delle compositrici migliori della storia dei videogiochi (sono un po’ di parte qui, lo ammetto), e il fantastico composer/sound designer Ippo Yamada, già apprezzatissimo su qualche Mega Man (Zero e ZX in primis) e gli Azure Strike Gunvolt.

Sì, Igarashi-san si è portato dietro la Yamane dalla Konami… e pure il designer Iida (programmatore su Metal Gear Solid V, oltre che su altri capitoli di Castlevania)… ma ora ha anche Yamada… e pure un “nuovo” talento nel disegno che quasi non fa rimpiangere l’assenza di un tratto alla Ayami Kojima: Yuji Natsume.
UN DREAM TEAM!

Devo puntualizzare una cosa però, prima che mi dimentichi: il gioco è stato giocato a difficoltà Veteran, difficoltà che, in questi casi, altro non è che LA BASE. L’altra difficoltà presente, infatti, è la Casual, data a coloro che nei videogiochi non vogliono vedere un briciolo di sfida nemmeno col binocolo…blasfemi.

No, dai, seriamente, a prescindere dal mio essere quasi ossessionato da questo tipo di giochi, tanto classici quanto impegnativi, giocare Curse of the Moon in Casual è da pena di morte. O da speedrunner.
Anzi, vi dirò: il livello di sfida non è nemmeno tanto alto.

In Veteran dico.

Non che la frase di prima su “l’ossessione da questi giochi” renda quest’ultima affermazione troppo credibile, ma capitemi: giocare un titolo del genere avendo vite infinite, utilizzo di armi/magie e difesa maggiori e nessun “spintone all’indietro” sugli attacchi subiti? Che senso ha?
Per “godersi la storia”?

E poi sono io il Pazzo.

Fidatevi, per chi non l’ha giocato e vuole dargli una (meritata) possibilità: andate di Veteran e state tranquilli. La difficoltà non è tarata verso l’altissimo levissimo, se non, giustamente, nell’ultima parte, ma si parla comunque di una sfida fattibile anche per chi non mangia pane e action-platform pixellosi. Le vite non mancheranno e verranno perdute solo con la morte di TUTTI i personaggi.
Sapete… personalmente potrei prendere questa cosa come un leggero difetto, ma niente di serio.

Stesso discorso sulla ripetitività e sul numero di volte in cui bisognerà affrontare gli stessi livelli/boss. Ma d’altronde, come già accennato, la rigiocabilità rimane uno dei cavalli di battaglia di questo Bloodstained, soprattutto per quanto riguarda alcune “piccole” differenze tra una partita e l’altra, oltre che all’OBBLIGO DI GIOCO della modalità Nightmare. O niente “true ending che mette hype sul capitolo principale” per voi che abbandonate subito dopo i primi titoli di coda.

Indice di rapimento

bluUno dei tributi migliori di sempre? Forse.
E dico “forse” perché Bloodstained Curse of the Moon non è solo un tributo, che sia esso verso una vecchia serie o un tempo passato a noi nostalgico, ma un “ritorno alle origini”, con una sua forte identità.

Ogni singolo punto è al suo posto e un giocatore, soprattutto di vecchia data, può riuscire a scorgere la grandezza di quei pochi MB da ogni lato: visivo, sonoro e giocoso (?).

Il proiettile retrò di Inti Creates però, oltre a colpire i tratti appena accennati e riportati positivamente nella loro “versione NES”, non riesce a fare centro su ogni singolo bersaglio, beccando solo un punto “non vitale” nella longevità di una singola partita – curata quasi egregiamente grazie alle bende chiamate “contenuti” e “rigiocabilità” – e “prendendo di striscio” l’alto tasso di bestem*ehm* difficoltà tipico dei fratelli maggiori, quindi non troppo impegnativo, ma nemmeno da decerebrati… a meno che non si parli della difficoltà Casual.

Attenzione però, perché non sto parlando di punti deboli, ma di “punti meno forti”.
La qualità sopraffina del gioco, qui, è direttamente proporzionale alla passione degli autori nella sua realizzazione e al divertimento che il titolo propone. E diverte tanto. Tantissimo. Per molto più tempo di quel che ho creduto inizialmente.
Le molteplici modalità con le proprie particolarità, le bellissime ambientazioni dalle svariate sfaccettature riempite dei tanti nemici diversi, le calzanti musiche che entrano subito in testa, i carismatici personaggi con le loro unicità, i grandi boss dal bellissimo pattern e dal design “moderno”, i ben 4 finali presenti… da amante di Castlevania et similia – non potevo chiedere di meglio.
Soprattutto vista la sua natura da “piccolo antipasto prima del piatto forte”.

E poi, dai, 10 €… D I E C I – E U R O! COME SI FA A LASCIARLO PERDERE!
Li merita anche solo per due delle quattro modalità incluse!
Anzi, li merita solo per l’hype post-credits che riesce a mettere per il sequel
DOV’È IL MIO BLOODSTAINED RITUAL OF THE NIGHT?!

Congratulazioni ArtPlay/Inti Creates. E a te, IGA, per aver fatto tornare una delle mie droghe preferite sotto un altro nome ma con lo stesso spirito.