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C’era una volta un tempo in cui sognare non costava nulla o comunque molto poco. Una moneta da 500 lire, anche meno se eri abbastanza fortunato da beccare il bar giusto, e poi via, per quei cinque minuti buoni di adrenalina pura, che diventavano dieci o venti se eri tanto bravo da arrivare indenne alla Thailandia di Sagat e Bison, mentre alle tue spalle si ammucchiavano sostenitori e detrattori a vario titolo.

Che belle che erano le sale giochi. E che nostalgia di quella spensieratezza, di quell’epoca mitica in cui il più grande dei tuoi problemi poteva essere l’interrogazione del giorno dopo.

Ma più di tutto quanta nostalgia per il titano caduto, la signora degli arcade. Quella compagnia tanto imbranata quanto appassionata che era la SErvice GAmes. Quella con cui imparavi a derapare nelle stradine del Principato, con una Ferrari decapottabile e il jazz all’autoradio. O a fare a cazzotti sulla spiaggia all’ombra delle palme da cocco. Quella che declinava il sogno americano con la creatività trasognata del fermento nipponico.

La casa il cui marchio di fabbrica era il cielo blu.

Un blu energico e intonso, spavaldamente limpido, solcato da nuvole leggere come zucchero filato e illuminato dalla luce di un sole più ottimista di Tonino Guerra: il blu di Space Harrier, Out Run, After Burner, Wonder Boy – per rimanere nell’artigianato del bitmap. E ancora, Virtua Fighter, Daytona USA, Manx TT SuperBike, Crazy TaxyBeach Spikers – quando quel che accadeva sotto al cielo si rivestì di poligoni. Poco importava il genere di appartenenza, ogni cabinato griffato Sega lo riconoscevi al primo colpo, ti attraeva con la brillantezza del suo blu che quasi ti feriva gli occhi e sembrava sussurrarti: ti va un po’ di estate?

Quel blu, che era sì una scelta artistica ma prima ancora programmatica, traslava in video l’euforia e gli ideali di quegli anni, la voglia di evasione, la dedizione di un gruppo di eterni Peter Pan che sognavano e facevano sognare, compiacendosi dei mondi colorati che immaginavano e traducevano in pixel. Dici bene: il blu Sega non è solo una sfumatura, è una sensazione. È il ricordo di un’infinità di pomeriggi domenicali passati col sorriso sulle labbra e la fiducia nel cuore, di quel tempo in cui della vita sapevi pochino e stavi assai meglio. Quindi non importa se sei in inverno e alle 17:00 fa già buio, non importa se sulla Sega attuale val la pena di stendere vagonate di veli pietosi. Sai che a casa, se vuoi, ti basta accendere la console giusta per godere ancora di quell’eterna estate che mai scolora.