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Ho comprato la Playstation 4. Sono anche io fresca ed orgogliosa cittadina della terra della nuova – oramai direi più corrente – generazione.

Ma non è di questo che desidero parlarvi, o, meglio, non solo e non propriamente di questo.

Tralascerò, giusto il tempo di scrivere queste righe, il senso di disorientamento per un acquisto assolutamente non preventivato, quanto alle tempistiche, ed effettuato in modo repentino, non incosciente ma comunque istintivo, peraltro anche con un’inedita “tempestività”, secondo i miei blandi standard, considerando che non sono mai entrata in una generazione di console prima di 2-3 anni dall’inizio.

Metterò da parte questo mix di confusione e incredulità per concentrarmi sul pensiero che mi ha dato la sveglia la mattina dopo il fatidico acquisto, ossia cosa voglia dire per me l’acquisto di una nuova console.

E’ l’acquisto in sé a fare la differenza tanto da farmi svegliare con una sensazione particolare addosso? L’idea di possedere un nuovo ritrovato della tecnologia? O c’è altro?

Proviamo ad astrarci, per qualche minuto, dalle console intese nella loro dimensione fisica, come meraviglie della tecnologia altamente performanti.

Dimentichiamo un attimo qualsiasi ragionamento su hardware, componenti e prestazioni.

Releghiamo in un temporaneo oblio qualsiasi polemica su quel gioco al massacro che è diventato oramai il mercato delle esclusive o sul circo dei feroci bug e delle loro domatrici, le indomite patch.

Non voglio dire che questi discorsi siano, in assoluto, superflui, o che li rinneghi a priori.

Certo, non sono in cima alle mie priorità, ma non ne nego il pregio in generale, sempre evitando stantii eccessi.

Con queste righe, però, vorrei andare al cuore di tutto, a quello che, per me ma spero anche per voi, rappresenta l’arrivo di una nuova console in casa.

Al mio risveglio, oltre ad un mal di testa post sbronza videoludica, un’immagine era chiara nella mia mente.

Non saprei collocarla esattamente in un film o in un videogioco così come me la sono “ritrovata” in testa, ma sono sicura di averla vista, magari declinata in modo leggermente diverso, in moltissime circostanze, pur con le distinte sfumature di ogni apparizione.

Ad ogni modo, l’immagine che mi ha accompagnato per tutto il giorno, dal momento in cui l’infernale suono della sveglia ha brutalmente eclissato i miei sogni, è stata quella di una mano che lentamente penetra in un campo di pura energia, attraversando l’incorporea linea che separa una dimensione da un’altra.

Se mi concentro riesco ancora a vedere quella mano allungarsi e smaterializzarsi, sfidando ogni regola della fisica, come rapita dall’energia che la vorrebbe trascinare al di là del portale dimensionale che si appresta ad attraversare.

Quante volte abbiamo visto questa immagine?

Magari non sarà stata sempre una mano, magari le modalità saranno state diverse ed i portali si saranno, di volta in volta, vestiti di mutevoli sembianze, mimetizzandosi in porte, specchi, pareti di energia, per citarne alcune che mi vengono in mente.

Ma la sensazione è sempre la stessa, un misto di eccitazione e senso di scoperta, condito con una pungente dose di paura per l’ignoto assoluto, e sfumato dalle anticipazioni che la nostra fervida immaginazione ci regala provando instancabile a prefigurare la dimensione successiva, precedendo di pochi interminabili secondi la materializzazione della stessa davanti ai nostri occhi.

E questo trionfo di sensazioni dall’aroma intenso è quello che riesco a ricondurre a tutti i debutti di ogni nuova console tra le mura di casa mia.

Anzi, sono profondamente stupita e colpita dalla vivida intensità di questa percezione, che, pur potendo essere collocata in momenti temporali diversi, in alcuni casi anche molto distanti nel tempo, è facile da richiamare solo cercandola con il pensiero.

Se chiudo gli occhi e penso alle console che ho avuto e che hanno condiviso o condividono (un minuto di silenzio per i valorosi caduti negli anni) con me ore felici, scattano nella mia mente, come flash di improvvisa luminosità, le immagini dei tanti mondi in cui ho avuto il privilegio di porre i miei piedi virtuali, beandomi della ricchezza di ogni singola esperienza.

E forse la facilità con cui posso richiamare alla mente ognuna di quelle virtuali scorrerie è dovuta al fatto che in ogni terra che ho visitato giocando il tempo si è come fermato in attesa di un mio ritorno, anche solo con il pensiero, conservando per me ogni emozione e ogni trepidazione.

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Ricordo la totale immersione – poi divenuta dedizione –  nelle mie prime partite con il Sega Mega Drive, prima console capace, disegnando su di me, come su un foglio bianco, squarci di universi lontani, di trascinarmi letteralmente al di là di ogni barriera della mia immaginazione, dopo che avevo sperimentato piccoli antipasti di tale sensazione durante le mie sessioni con i cabinati.

E poi il Super Nintendo, con cui ho condiviso tantissime storie, permettendomi di sbirciare, e poi di sporgermi, al di là del portale, con il bene placido di chi ne era fortunato proprietario.

Balzando in avanti, senza voler fare torto a nessuno, solo per evitare di rischiare di tediarvi, mi rendo conto di avere ancora chiara in mente, tanto da poterla quasi toccare, l’ebbrezza che si è accompagnata all’inserimento del mio primo disco nell’iconica Playstation, imperitura e sempre vigile guardiana di porte aperte su universi che tanto più grandi mi sembrano ogni volta che mi lascio andare ad una bellissima fuga nelle loro lande sconfinate.

Non potrò mai scordare, poi, l’attesa per la Playstation 2, i voli pindarici della mia mente al sol pensiero di quali luoghi inesplorati mi avrebbe consentito di raggiungere. E, poi, l’intensa consapevolezza di non essermi neanche lontanamente avvicinata alla stupefacente realtà.

In seguito, non troppo presto, per me, è arrivata la sua sorella maggiore, la Playstation 3, imponente tenutaria dell’accesso ad una dimensione che non sembra voler cedere il passo, a nessun costo, e la Xbox 360, a lungo desiderata perché presagivo che avrebbe, anch’essa, saputo rapirmi, totalmente ignorando le voci di chi le vorrebbe rivali, conscia solo della possibilità di gioire dei doni di ognuna.

Tanti piccoli portali, per nulla sminuiti dalla compatta minutezza delle loro dimensioni, ho trovato al di là delle portatili che ho avuto il piacere di possedere. Una menzione d’onore al Game Gear, che per primo mi ha insegnato cosa vuol dire portare con sè, sempre, qualcosa capace di farti da gancio per risvegliare dal torpore la tua fantasia.

Non potrei mai fare torto al PC. Non sono mai stata al passo, neanche lontanamente, con le tante evoluzioni tecnologiche del settore, ma non oso neanche pensare di dimenticare le ore di pura sospensione che ho trovato superata la barriera di quello schermo capace di erodere i suoi confini fisici per regalarmi, per citare solo il dono più grande che mi attendeva dall’altra parte, le avventure grafiche della LucasArts.

E, oggi, una nuova console, una nuova immobile guardiana di un misterioso universo.

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Oltre il marchio, la casa di produzione, oltre le prestazioni. Io ci vedo solo la possibilità di un atto di fede prestato con la mano protesa.

Al di là di ogni connotazione materiale e di ogni nuova conquista della tecnologia, i portali dimensionali che ogni console – o che il pc – ha aperto per me su quei luoghi videoludici ora immobili nel tempo e nella memoria, sono ciò che le rende, per me, importanti, speciali.

E oltre quei portali, ho trovato gli insostituibili abitanti di ogni dimensione visitata, i giochi, operosi artefici delle gioie di questi viaggi virtuali cui ci si conquista l’accesso solo dimenticando ogni cosa all’infuori del senso di rapimento nell’attraversare un ulteriore varco, sancendo quel silenzioso patto con un’altra, unica ed irripetibile, console.

La “sacralità” del primo momento in cui ho avvicinato la mia trepidante mano ad ognuna di queste guardiane dimensionali, rivive, come avrete immaginato dalle poche reminiscenze sopra proposte, ogni volta con la stessa intensità, trovandomi sempre capace di immenso stupore e imperituro entusiasmo, già in volo al solo prefigurare la vastità della nuova dimensione disvelata.

E allora, mentre penso tutto questo e cerco di tradurlo in queste parole, probabilmente banali per quanto per me speciali, nella mia mente è chiaro perché quel giorno, al mio risveglio, non sono riuscita a trattenere un sorriso.

Un nuovo portale dimensionale si è aperto per me e dall’altra parte so che mi attenderanno i tanti prodigi che questa meravigliosa forma d’arte mi ha abituata ad ammirare e a sentire sulla pelle.

Non si tratta di una console piuttosto che di un altra. O della scelta tra queste e il PC. Non è un marchio, né una casa produttrice. Non sono il prezzo o la comodità del joypad. Non si misura in bit o in frame rate.

Tutto questo esiste e non lo nego, ma è la magia che prima ho tentato di descrivere che sola può spiegare il rapimento, la sospensione, gli attimi che sembrano non voler mai finire, l’abnegazione totale verso ogni nuova chiamata ad un’avventura.

E non vorrei mai che fosse diversamente.

E anche il giorno in cui ho accolto quest’ultima – in ordine temporale ma non in senso assoluto – “guardiana” in casa mia, come se fosse la prima volta, bruciando minuti come fossero secondi, ho stretto l’ennesimo patto, ho aperto un varco verso un’altra dimensione, ho deciso di sporgermi e guardare oltre. E il prodigio si è rinnovato.

Ora vi lascio, la mia mano attende di essere rapita, lungi da me negarle e negarmi questo viaggio.