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LA SOTTILE ZONA GRIGIA

DreamBreak è un titolo discreto, che però non possiede “né lo spunto della punta né del 10”, e rischia dunque di finire ben presto nel dimenticatoio. Ad arrivarci.

Come molti altri piccoli progetti indipendenti si colloca infatti in quella fascia ad altissimo rischio destinata ai tanti titoli tutto sommato interessanti cui manca quel guizzo per essere ottimi e i cui difetti non sono tali da renderli “disastri”, di quelli di cui si parla, e che si giocano, per il puro gusto dell’orrido.

Una zona grigia intensa e molto vasta che spesso finisce con il fagocitare i suoi sventurati occupanti.

È dunque per amore di scoperta che vi parlo di DreamBreak, per riportarvi un po’ di quel piacevole cimento che ha saputo offrirmi senza mai strafare, ma con solidità.

Sviluppato da Aist Studio ed uscito il 21 luglio su Windows e Mac, il gioco si presenta come un riuscito mix di platform e action/arcade, con una spruzzata di punta e clicca che lo colloca al di qua del border line, tra quegli ibridi che intendo trattare nel corso del nostro “Viaggio in punta di click“.

Con uno stile visivo in pixel art gradevolmente retrò ed una formula di gioco che richiama a gran voce perle quali Flashback e Another World, DreamBreak solletica le corde della nostalgia e le tende fino a proiettarle nella contemporaneità.
Una chance è ben meritata.

Ma andiamo con ordine.

DreamBreak 2

EVERY DAY HERO

In un’Unione Sovietica dove il controllo e la disumanizzazione vanno di pari passo, e i pochi oppositori del regime vengono eliminati prima di diventare realmente scomodi, il tuttofare Eugene si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda dai risvolti politici, incastrato nelle maglie dello scontro clandestino tra le autorità al potere e i patrioti che, strenuamente, vi resistono.

Il setting è quello tipico delle narrazioni distopiche dai toni cyberpunk, con una nazione stretta nella morsa di un rigido autoritarismo che tiene a bada le masse con disinformazione e palliativi vari ed un’umanità impotente spettatrice della massiccia produzione di macchine, senzienti e non, destinate a soppiantarla gradualmente. L’oblio è lo scenario migliore.

Il punto di rottura, stando così le cose, è quindi una certezza e il timer inizia a correre all’avvio del gioco, quando il protagonista viene strappato alla sua routine di aggiustatutto in un bar per essere catapultato mani e piedi in una fuga “con morto” che diventa, ben presto, una missione.
Spie, ribelli, soldati e macchine ostili, complotti: il classico ordinario giorno di follia.

 

DreamBreak 6

Certo, le distopie noireggianti e colorate di cyberpunk non rappresentano più una novità, semmai tutto il contrario. Eppure, se ben realizzate, funzionano sempre.

DreamBreak non fa eccezione, e sin dalle premesse intriga con un’atmosfera che non cessa un secondo di essere opprimente e disturbante ed un incipit che invita a proseguire per penetrare oltre il velo della calma apparente fino al cuore dell’intrigo. Peccato che sia più o meno tutto qui, da un punto di vista narrativo.

Eh sì, perché svanito il fumo, di carne al fuoco ne resta poca e quella che è stata presentata come un’avventura avvincente, un thriller fanta-politico dagli imprevedibili risvolti, rimane comunque una storia interessante, con ottime premesse ed un’efficace ambientazione tra il suburbano e il fantascientifico, ma con uno sviluppo superficiale e sfuggente.

Non fraintendetemi.

DreamBreak, mouse alla mano e al di là delle suggestioni del trailer, è senza dubbio un titolo che punta molto sull’esperienza di gioco e assegna alla narrazione il ruolo di collante, il fil rouge dell’azione. In quest’ottica è comprensibile che il focus non risieda sulla trama e che dunque lo stile stesso del racconto sia asciutto, essenziale, votato a ridurre all’osso l’esposizione.

Fin qui tutto bene, ma occhio a non farvi trarre in inganno. Un conto, infatti, è riconoscere la coerenza di un comparto narrativo discreto, che si ritaglia alcuni momenti di gloria per poi lasciar fare alla sempre intrigante atmosfera fino al prossimo snodo cruciale. Un conto è prendere una manciata di elementi da diversi generi, mescolarli sino a destare interesse con una distopia verosimile e per questo molto disturbante e poi limitarsi a vivere di rendita, sciorinando qua e là qualche informazione, a mo’ di collezionabile, che potrebbe arricchire la trama ma che da sola non basta a svilupparla.

DreamBreak 3

Pochi i personaggi e caratterizzati quel tanto che basta per “qualificarli” nel contesto, complice anche l’assenza di un sistema di dialoghi interattivi. Le infrequenti linee di testo sono infatti visualizzate a schermo nel momento in cui ci si sposta sulla zona corrispondente al personaggio che le pronuncia e svaniscono non appena ci si muove. Eccezion fatta per un paio di sequenze narrative, dunque, il resto è dato da frasi isolate che non riescono a sorreggere un intreccio che “potrebbe, ma non vuole”. Senza contare la traduzione inglese traballante, unica scelta a meno di conoscere il russo, ed un font che rende la lettura impegnativa, ma non per i contenuti.

E quando si giunge al finale, con tanto di epiloghi multipli attivabili con un’unica scelta conclusiva a dispetto della linearità complessiva, ci si sente dentro grazie all’affascinante premessa narrativa e al pregevole comparto artistico, ma tiepidi verso i risvolti decisivi, anch’essi frettolosi, e in generale perplessi per la mancanza di veri e propri momenti d’impatto. E per un gioco che vorrebbe essere un thriller-noir con tanto di riflessioni politiche ed etiche, è un’occasione parzialmente sprecata.

DreamBreak 27

 

REMIX

Passando dalla narrazione all’azione pura e semplice, DreamBreak offre un’esperienza di gioco divertente e varia, con un riuscito mix di stili e ritmi.

La visuale è in terza persona e il personaggio si muove su sfondi bidimensionali che scorrono lateralmente e verticalmente, sì da risultare spesso estesi a dispetto della bassa risoluzione e in piena assonanza con quel gusto estetico prettamente retrò che il titolo propone.

I movimenti del personaggio, ridotti all’essenziale tra salti e corsa, ricordano molto quelli dei protagonisti dei due titoli all’inizio citati, ma difettano di quel feeling realistico che le animazioni rotoscopiche gli conferivano, risultando a tratti semplicemente legnosi ed un filino imprecisi.

La struttura è “a griglia”, per cui le schermate sono frazionate da un reticolato visibile solo premendo con il mouse e il personaggio, a dispetto dell’apparente fluidità, si sposta ogni volta dalla metà di un rettangolo alla metà del successivo. Tutt’altro che secondario, questo fattore rileva soprattutto in presenza di ostacoli ambientali che richiedono precisione per essere superati, in quanto influenza in concreto l’ampiezza dei passi e dei movimenti.

Giocabile sia con tastiera, mouse e pad, DreamBreak, a mio avviso, si lascia godere a pieno “mixando” le periferiche: tasti direzionali o pad per i movimenti e mouse per l’interazione con l’ambiente. Il passaggio dall’uno all’altro, comunque, è estemporaneo.

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Sul piano del gameplay duro e puro abbiamo parlato di mix di generi, e ben fatto anche. La fuga di Eugene “dal sistema” e la sua missione sono occasione per proporre al giocatore tutta una serie di situazioni diverse, sia per quanto riguarda il contesto sia per l’approccio richiesto. Ossia:

  • Sezioni action/platform preponderanti e costruite attorno ad una struttura a schermate da superare risolvendo tutta una serie di ingegnosi enigmi ambientali. Tra semplici ostacoli, ascensori da riattivare, porte da sbloccare e nemici da eludere in diversi modi, il piatto è ricco e non c’è uno scenario uguale ad un altro, complice un level design intelligente e funzionale. Precisione e riflessi sono d’obbligo: un solo errore può essere fatale, e a volte la calibratura dei comandi ci mette lo zampino. E via dall’inizio della schermata.
  • Sezioni più arcade a bordo dei più disparati mezzi di trasporto, rigorosamente volanti e con elementi sparatutto con tanto di citazioni a Space Invaders, e tratti che richiedono di hackerare droni prima di subire lo stesso trattamento.

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  • Sparatorie uno contro uno, basate sul dualismo attacco/difesa con scudo protettivo. Molto intuitive e fin troppo semplici, hanno il sicuro pregio di proporre pattern sempre diversi per gli avversari.
  • Sezioni dai ritmi più compassati, cui si accompagnano una manciata di enigmi di logica o legati al ritrovamento di oggetti. L’assenza di un vero e proprio inventario e la scarsa interazione con l’ambiente chiarificano da subito che il cuore dell’esperienza non è quello di un classico punta e clicca, ma qualcosa c’è e contribuisce alla varietà complessiva. Una maggiore cura di questa componente, tuttavia, avrebbe molto giovato.
  • Un paio di mini giochi, tra i quali spicca un arcade a sfondo western che ripropone un’esperienza da coin-op dell’epoca d’oro e al contempo funge da tutorial mascherato per le sparatorie. Due in uno.
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Non poteva mancare una capatina in un locale per adulti, che noir distopico sarebbe altrimenti?

Se DreamBreak pecca dunque di superficialità laddove manca l’appuntamento con un comparto narrativo che poteva risultare realmente avvincente, pad (o altro) alla mano si rivela un titolo piacevole e capace di proporre qualcosa di nuovo ad ogni schermata, sia anche una rivisitazione di elementi già visti.

La durata contenuta, sulle due/tre ore, contribuisce a mantenere serrati i ritmi di gioco e si sposa bene con la vivacità dell’esperienza, sebbene a tratti mini l’immersione nelle varie meccaniche. Penalizzata, ancora una volta, la narrazione: ma del resto non sarebbe bastato allungare il brodo a risollevare uno script concettualmente manchevole.

DISTOPIXEL

Visivamente parlando DreamBreak si difende con una pixel art pregevole, che conserva all’opera quel gusto squisitamente retrò che ne attraversa anche le meccaniche e l’atmosfera, tra rimandi più o meno evidenti ai  pluri-citati Flashback ed Another World e al capolavoro punta e clicca Beneath a Steel Sky.

Il livello di dettaglio degli ambienti è notevole, tanto che gran parte delle suggestioni narrative si devono proprio ai background, a ciò che si vede e non, più che a ciò che viene raccontato direttamente. Peccato però per la scarsa interattività.

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Non da meno, come già accennato, la colonna sonora, a tratti davvero convincente con le sue sonorità disturbanti, claustrofobiche.

Un titolo piacevole da vedere e da sentire, che compensa le limitazioni tecniche con un design ispirato, capace da solo di trascinare in modo quantomeno sufficiente la carretta del comparto narrativo.

Indice di rapimento

giallo-verdeScoperto per caso, desiderato e giocato con piacere e curiosità, DreamBreak rischia di essere generalmente snobbato. Il che è un peccato, perché pur con tutto il suo carico di difetti il titolo dell’Aist Studio è interessante.

La premessa distopica e l’atmosfera opprimente che ne consegue contribuiscono a definire da subito un mood ben preciso, che si muove tra il thriller-cyberpunk e il noir ed attraversa con efficacia l’intera opera nonostante finisca con l’adagiarsi sugli allori dell’incipit, senza proporre uno sviluppo realmente convincente.

Il fritto misto del gameplay, che pure paga a tratti l’imprecisione dei comandi, mostra invece una maggiore cura autoriale, proponendo un susseguirsi serrato di situazioni diverse, dal platform all’arcade passando per il punta e clicca, senza mai eccellere ma con il sicuro pregio di tenere sempre alta l’asticella della varietà.

A livello artistico, poi, il gioco è figlio di un gusto estetico che guarda al passato, con una pixel art dettagliatissima che racconta più delle parole.

Lontana l’eccellenza, così come il “degno di nota”, Dreambreak ha comunque qualcosa da offrire a cavallo tra il nostalgico e l’ingegnoso,  e merita una possibilità, purché consapevole. Consigliato dunque con riserva, in particolare a chi cerca un’evasione di un paio d’ore, magari per alternare esperienze più consistenti con un titolo di sicura atmosfera e dal gameplay vario ed intenso.

Per 6,99 Euro poi si può fare: al primo sconto ancora di più.