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Scriviamo di videogiochi – o almeno ci proviamo – cercando, nel nostro piccolo, di offrire un punto di vista quanto mai personale, da cui emerga in primo luogo l’insostituibile trait d’union della nostra compagine antennata, ossia l’intramontabile passione per questa straordinaria forma d’arte.
Così come ci piace scrivere, amiamo leggere i pareri altrui, immergerci nei viaggi virtuali vissuti da altri giocatori come noi, cercando e sperando di respirarne l’aria e di sentirne l’atmosfera.

Neanche a dirlo, parlare di videogiochi è un piacere cui non potremmo mai rinunciare e che si rinnova ad ogni occasione. Un sereno confronto tra giocatori, un miraggio che, quando si concretizza, è sempre più bello di qualsiasi fantasia.
Ma… c’è un ma.

Prima delle parole, dei confronti, delle analisi e degli approfondimenti.
Prima che i fogli si tingano dei fiumi dei nostri scalpitanti pensieri.
Prima di tutto questo, ci sono i pochi minuti in cui vediamo danzare dinanzi ai nostri occhi, per la prima volta, immagini capaci di dar vita ai nostri desideri espressi o neanche azzardati, ai nostri sogni lucidi o nascosti tra le pieghe di un taciturno subconscio, a realtà che erano lì in attesa della nostra attenzione, senza che noi lo sapessimo.

Quegli attimi sono realmente capaci di fermare il tempo e di esigere, continuamente, che la nostra mente torni a visitarli, come in risposta ad una loro insistente chiamata.
E il trionfo di emozioni che sanno suscitare, sorde e cieche a qualsiasi scettica o fredda razionalità, è tanto forte da essere totalizzante. Sono attimi di pura sospensione, in cui tutto è possibile e prende forma dinanzi ai nostri increduli sguardi.
Sono momenti che contribuiscono in modo determinante a definire la misura e la profondità di questa nostra generosa e al contempo esigente passione, ricordandoci che è il nostro cuore il primo videogiocatore.
Il resto, che non rinneghiamo e anzi coltiviamo, viene dopo.

La razionalità e lo spirito critico non sono certo spedite al confino, tutt’altro, subentrano quando è ora e, sorprendentemente, traggono giovamento dal totale abbandono sperimentato in precedenza. Non viziano le reazioni né le raffreddano a posteriori, semplicemente le riconoscono, in un mutuo rispetto che è tutto.
E proprio con questo spirito, avidi di provare quegli infiniti secondi di celestiale rapimento, ci siamo avvicinati alla quintessenza degli eventi video-ludici mondiali, l’Electronic Entertainment Expo.
Quando le porte dell’E3 2015 si sono spalancate, ci siamo avventurati, incerti ma speranzosi, oltre quei portoni costruiti con le aspettative di schiere di gamers passati di lì ben prima di noi, cercando a stento di trattenere un misto di ansia e di attesa, desiderosi, come sopra, di lasciarci andare con fiducia ma, com’è naturale che sia, intimoriti all’idea di essere in totale balia di ignote suggestioni.
Poi, come attratti da un irresistibile richiamo, abbiamo continuato a camminare, spalancando occhi e mente alla meraviglia che, speravamo, avrebbe invaso i nostri cuori.

E questo inconsapevole atto di fede, questa inconscia scelta di affidare noi stessi alle molteplici e scaltre mani dei tanti sviluppatori e dei più o meno blasonati capitani d’impresa, si è rivelato un investimento estremamente fruttuoso.
Abbiamo dato tempo e fiducia, ci hanno ripagati mostrandoci il sorriso che non cede neanche alla sconfitta e la gioia di giocare insieme senza canali virtuali a fare da tramite. Ci hanno eletto architetti di sogni o creatori di mondi che per anni abbiamo solo potuto assaporare in preda al più puro trasporto.
Hanno osato, scomodando pesanti eredità.
Hanno finalmente smosso il terreno oramai raffermo intorno a grandi ritorni, incantando milioni di fan immobilizzati in un’ostinata attesa.
Hanno catturato chimere, ammansendole e porgendocele su virtuali piatti d’argento.
Hanno destato pesanti giganti dormienti e strizzato gli occhi al futuro, aprendo piccole finestre, grandi quel tanto da consentirci di sporgerci su nuove terre che promettono meraviglie.

E3_2015-1Ci hanno saputo emozionare, commuovere, smuovere. Hanno proiettato in avanti ogni oncia del nostro essere, fino a farla letteralmente penetrare oltre lo schermo. Ci hanno presi, sospesi e poi ancora lasciati andare, in attesa di qualche altro avido gancio pronto a sollevarci a sua volta.
Hanno suscitato in noi gratitudine, attesa, fiducia, gioia. Ci hanno, inevitabilmente, strappato qualche moto di rabbia o frustrazione e, magari, a tratti, di timida delusione.
Ci hanno fatto sentire.
Prima e più di tutto, hanno attentato ai battiti del nostro cuore, restituendoci qualcosa che non scambieremmo con nessuna asettica certezza né con alcuna profetica palla di vetro.

E quando, ancora frastornati dal pirotecnico succedersi di meraviglie, abbiamo volto lo sguardo verso quei portoni che tanto cautamente avevamo superato, ci siamo detti, chiudetevi pure, è qui e oltre che vogliamo stare.
Questo è stato, in poche ma sentite parole, il nostro E3.

E, volendo riprendere le fila delle premesse iniziali, così ci poniamo dinanzi a questa fabbrica di sogni che è l’industria video-ludica, senza farci precedere da stuoli di disincantati pensieri e incessanti lamentele preventive che altro non attendono che di provare il sadico piacere di trovare conferma nei fatti.
Che siano idilliache parentesi oniriche o cupi incubi, questo lo si scopre solo pad alla mano, e a quel momento è demandata “l’ardua sentenza”, in alcun modo anticipabile.
 Quello che resta, a dispetto di qualsiasi evoluzione, è che il rapimento che sono capaci di suscitare in noi quando per la prima volta alzano il sipario su un nuovo universo virtuale, o ingrandiscono la visuale su quello che prima era stato solo uno scorcio, vale la pena ed è insostituibile momento di pura passione, libera di esprimersi fuori da ogni argine e da ogni schema.

Questo fa di noi dei naive sentimentali? Forse. Ma mai vorremmo fosse diversamente.
E poi, siam marziani mica per scherzo eh?
Le riflessioni appena espresse altro non vogliono essere se non un momento di liberatoria spontaneità, oltreché un’introduzione a quello che a breve pubblicheremo, ossia il nostro personalissimo racconto di ciò che i tanti annunci, e le immaginifiche sembianze con cui si sono palesati, hanno saputo generare in noi.

Queste le premesse e la “filosofia” alla base della nostra personalissima visione e dell’articolo che verrà.
Mettetevi comodi, speriamo di ripagare la vostra attesa.