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Empatia, dal greco en – dentro – e pathos – sentimento.

L’empatia è quella comunione di sentimenti veicolata dall’immedesimazione, quella capacità di comprendere e partecipare degli stati d’animo altrui, portandoli all’interno di noi.

Non preoccupatevi, non è una lezione di lingua italiana, bensì solo una piccola riflessione su quanto questo fenomeno, questa proiezione empatica, sia parte integrante e fondante delle mie esperienze videoludiche con i jrpg, mio genere d’elezione.

Se penso alle tante avventure vissute giocando ai miei tanto amati giochi di ruolo giapponesi – o almeno, se penso a quelle che mi hanno entusiasmata – non posso non riportarle tutte, senza perciò sminuirle, ad un nucleo essenziale che le ha caratterizzate, ossia alla viva partecipazione emotiva delle sorti dei personaggi.

Mi sono sentita rapita dal gioco, dalle storie dei suoi personaggi, presa per mano – proprio come nell’immagine in evidenza, rubata ad un titolo di diverso genere ma veramente efficace ed immediata a livello visivo –  e trascinata in una dimensione che mano mano diventava sempre meno aliena, sempre più mia.

Ragionando di cinema o letteratura viene spesso menzionato il concetto della sospensione dell’incredulità.

Questo fenomeno consiste nella volontà, inconscia, dello spettatore o del lettore, di immergersi in un’opera di fantasia godendone appieno ogni sfumatura, relegando ai margini della propria coscienza, sospendendo, ogni pensiero logico o razionale in grado di evidenziare, sottolineandone le inevitabili minime incongruenze, la finzione alla base di quanto si sta vivendo.

Non è un voler ignorare che pur sempre di fantasia si tratta, al contrario.

È, semmai, un farsi trasportare da questo contesto narrativo inventato per noi, lasciandoci sollevare dalla poltrona del cinema o da quella di casa, totalmente proiettati nella storia.

Questa breve digressione, lungi dall’essere esaustiva sull’argomento, vuole servire a darvi un’idea di quanto ho brevemente accennato in apertura.
Credo che anche i videogiochi vivano della magia della sospensione dell’incredulità. Anzi, ne sono certa.

Per mia personale esperienza, le avventure videoludiche che ancora mi fanno battere il cuore al solo ripensarci sono quelle in cui ben presto ho dimenticato di stare giocando seduta con un pad in mano, completamente avvinta da tutt’altro.

Questo fenomeno, nei jrpg, per me, nasce dall’empatia.

Se i personaggi sono ben caratterizzati, se ci sono presentati in modo esaustivo, anche e soprattutto attraverso le loro azioni, se ci viene dato modo di comprenderne gli ideali, le spinte emotive e, gradualmente ma in modo costante, le origini, ci sentiremo mano mano come “attirati” verso di loro, partecipi delle loro sorti.

È importante dosare le informazioni, attendere che il giocatore abbia preso confidenza con il mondo di gioco e i suoi abitanti prima di travolgerlo con le trame di una storia spesso complessa, corposa, impegnativa.

Se il gioco sa prendersi i suoi tempi, sa veicolare, gradualmente, nella coscienza del giocatore piccole verità appena suggerite, proiettandolo, primariamente e principalmente, verso quelli che diventeranno i suoi compagni di viaggio più che delle figure su uno schermo, allora subentrerà l’empatia, che sarà base, anticamera e perno di una solida narrazione.

E allora inizieremo a provare un coinvolgimento che non è più solo legato alla necessità di guidare le azioni dei personaggi per progredire nell’avventura, bensì che diventa partecipazione emotiva, empatia, appunto.

Immedesimandoci in questi personaggi, a volte simili ma più spesso davvero diversi da noi, ma così ben caratterizzati da presentare le tante sfumature che contraddistinguono la natura umana, avremo il privilegio di vivere un viaggio davvero intenso.

Ci troveremo a trattenere il fiato, a vivere trepidanti attese, a sperare, a partecipare di ogni sfumatura emotiva.

L’esperienza di gioco, allora, sarà esaltata, elevata.

E, come per magia, dimenticheremo le quattro mura di casa nostra, i rumori della console, il livello di carica della batteria del joypad o della console portatile. Dimenticheremo tutto questo e vivremo di altro, sospendendo, appunto, ogni fredda logica pragmatica, ogni scetticismo, in nome di una promessa di avventura.

Sarà come rispondere ad una chiamata che, attraverso questi personaggi e l’empatia che ci muoverà verso di loro e con loro, ci condurrà dove il gioco voleva portarci, a coglierne l’essenza.

Non vorrei mai, con queste mie poche righe, far passare il messaggio che tutto questo sia retaggio solo dei giochi di ruolo giapponesi. Anzi. Sono convinta che sia un qualcosa che appartiene alle opere migliori, qualsiasi sia il veicolo che le conduce a noi.

Penso solo che i jrpg, per quella che è, a mio modo di vedere, la loro fondamentale ispirazione di base, vivano, in modo particolare, soprattutto attraverso i loro personaggi, anche quando incentrati più sulla storia in generale che sui suoi protagonisti e, dunque, siano terreno d’elezione di questo fenomeno empatico che tanto amo e che tanto riesce, ogni volta, a meravigliarmi, nonostante le mie attese.

Lasciarsi andare a questo processo empatico vuol dire lasciare aperta una porta sul nostro cuore, sulla nostra coscienza, esponendosi anche a dei maltrattamenti emotivi, che ci proveranno ma, al contempo, ci regaleranno quello per cui amo definirmi una videogiocatrice. Le emozioni. Molte, profonde, complesse e vive, emozioni.

Ah, empatia canaglia.