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Ultimamente si passa da un tie-in all’altro.
Tutti su anime-manga e tutti sulla prima Playstation.
E quindi, dopo la pillola su Hokuto no Ken, arriva LUI:

Il mio amore per Ghost in the Shell prima o poi mi avrebbe portato a questo punto.
Già ai tempi spulciai il primo livello con la demo, ma son passati 20 anni circa da quei giorni… era anche l’ora di mettere la parola fine a questo conto in sospeso. Il momento è finalmente giunto e, poco tempo fa, sono riuscito a giocare quello che, per me, è stato uno dei tie-in anime/manga migliori mai concepiti fino ad ora.
No, non è un capolavoro di gioco. Anzi. Ma – tra le tante cose – riprende così bene il materiale originale che mi è praticamente impossibile affermare il contrario. Non a caso il designer di questo titolo è proprio Masamune Shirow, l’autore del manga da cui questo gioco viene tratto, quindi, oh, ma di che stiamo parliamo.
La cosa più bella? Che questa esclusiva Playstation è giocabile e apprezzabile da TUTTI, quindi anche da chi non conosce il franchise in questione, a differenza di molte altre trasposizioni simili. Intanto il videogioco qui pensa di fare una cosa: divertire. E sì, ci riesce egregiamente, perché è adrenalina pura. Roba che tra un livello e l’altro bisogna fermarsi per fare un test anti-doping.
Poi dipende dal tipo di livello e dal tipo di approccio del giocatore in ognuno di essi eh, ma vabbè, dettagli.

A me è andata così: una volta presi i comandi del Fuchikoma, robot monoposto a forma di ragno rosso, l’azione è stata così veloce e dinamica che inizialmente non c’ho capito una mazza.
Serio.
Il gameplay infatti, seppur facilmente gestibile per tasti e movenze, esterna non poco l’esagerata agilità del robottino che, oltre a camminare sulle sue “zampette”, saltare e sparare raffiche di piombo, è anche capace di scattare “sciando”, con l’utilizzo dei due tasti dorsali, e di arrampicarsi sulle superfici in modo totalmente automatico. Immaginate quindi di sfrecciare per una città mitragliando e lanciando missili autoguidati ai robottoni avversari, schivando i loro esplosivi e le loro scariche fuggendo su per un palazzo pieno di torrette, magari trovandoci sopra un medikit o una granatona da tenere per il boss di fine livello, e scendere di prepotenza con un bel salto per continuare lo sterminio.
Con tanto di scelta tra visuale in terza od in prima persona, come se non bastasse.

Oro colato quindi… se si riesce a comandare a dovere.
All’inizio è (giustamente) straniante e su alcune mappe chiuse, con corridoi larghi quanto lo stesso ragnetto, potete solo immaginare il cambio di prospettive e quel senso di “attontamento” della telecamera quando si sale per sbaglio sulle pareti o quando ci si gira velocemente da una parte e l’altra per schivare i proiettili nemici, confondendo poi il soffitto con il pavimento… o con un muro.
Confusionario? Abbastanza, ma una volta fatto proprio questo sistema di “guida”, si parla solo e soltanto divertimento totale.
Sia lodata la modalità Allenamento e il salto annulla-arrampicata.
Potrei azzardare nel dire che è invecchiato davvero bene come gioco in sé, tanto che giocandoci ora, dopo tutti questi anni e tutte queste generazioni passate, non ho nemmeno pensato di avere davanti un titolo del 1998. In quanto a gameplay si intende, ci mancherebbe. Anzi, ci vorrei proprio un bel remake o, addirittura, una semplice remastered. Anche perché, in verità, in verità vi dico, si difendeva veramente bene nella parte visiva e sonora.

La console grigia di Sony riusciva a rendere e reggere bene l’intensa azione e l’elevata mole di modelli, effetti e quant’altro presente su schermo, soprattutto nelle ambientazioni più grandi e dettagliate, sviluppate anche in verticale e riempite di nemici a destra e a manca, su e giù, fai una giravolta e falla un’altra volta.
Le fasi più concitate non sono certo immuni a qualche calo di frame, ma niente di grosso o rovinoso.
E poi, ecco… avete presente quando ho detto che il designer è l’autore del manga originale? Beh, non è il solo grande nome qui. Oltre ai suoi disegni e al mondo da lui partorito, sono presenti anche molte cutscene magistralmente animate nientepopodimeno che dalla Production I.G, gli animatori delle controparti animate, film o serie che siano! Cosa volere di più?!
Ah, aspè, attenzione però, devo precisare una cosa: la storia di questo gioco è la cosa più essenziale del mondo eh, tipo “WE MATRICOLA SEGUI GLI ORDINI CHE QUI I CATTIVI VOGLIONO ESPLODERE TUTTO QUINDI ESPLODILI TU PRIMA”. Di conseguenza, se conoscete solo le opere animate e pensate già ad un qualcosa di interessante o profondo, come i film di Mamoru Oshii magari, mi duole dirlo ma… siete fuori strada.
Ma va bene così, perché la storia, qui, non vuole e non deve essere il punto forte dell’opera e iconici personaggi come Maggiore Motoko Kusanagi e il suo secondo in carica Batou, vengono semplicemente visti da noi, “matricola senza nome“, come superiori e compagni di squadra della Sezione 9. E pure meno seri del solito tra l’altro.
Però, ehi, persino il sonoro riprende l’anime appieno. E non solo con gli effetti sonori, ma persino con i doppiatori, sia giapponesi che – nella nostra versione – inglesi!
Fuori dal coro le musiche che, seppur abbastanza ripetitive per il mio umile gusto musicale, tengono quel sound techno assolutamente perfetto per il mood e l’atmosfera cyberpunk dell’ambientazione e degli eventi che vi hanno vita. Azzeccatissime e calzanti.

Ecco, a proposito di ripetitività: devo dire che, purtroppo, questo gioco non è tutto rose e fiori, anzi… e qui potreste aver già capito dove voglio andare a parare. D’altronde ho già detto che non si tratta di un “capolavoro di gioco”. Avrebbe potuto essere una perla di quella generazione, e non solo tra i tie-in del genere, sì… tuttavia vi sono alcuni fattori che non mi hanno fatto apprezzare il titolo come avrei sperato, e tra questi figura, per l’appunto, la ripetitività.
Mi spiego meglio.

Questa incarnazione giocabile di Ghost in the Shell offre alcuni livelli dati dall’allenamento prima accennato, così da non avere più/avere meno problemi una volta entrati nel vivo delle 12 missioni principali, le quali però – ed ecco la base del problema – risultano esageratamente corte e ripetitive, oltre che numericamente carenti, seppur non si parli di un vero e proprio male in questo caso.
Tale difetto, in un action poco longevo e quasi, passatemi il termine, “arcade“, non dovrebbe essere una pecca troppo imponente, ma avendo a che fare con capitoli da 10 minuti circa l’uno in cui “spara/scoppia gli obbiettivi e corri fino al boss dagli attacchi facilmente schivabili”, beh… un po’ si sente la mancanza di varietà durante la partita. Se a tutto ciò aggiungiamo una difficoltà tarata verso il basso, ecco che abbiamo il quadro completo del problema della creatura targata Exact, team interno di Sony.
I nemici basici sono pressoché inutili, un piccolo fastidio in mezzo alla strada, saltabilissimi per l’andamento della missione; i medikit e le – fortissime – granate si trovano per le mappe facilmente, grazie al radar posto in basso e destra (che indica anche la strada da percorrere), ed arrivare ai boss con la vita piena e una riserva di esplosivi spaccatutto è ordinaria amministrazione; in più, ogni tanto, il titolo PROVA a cambiare un po’ l’andamento dei livelli, passando da mappe aperte a mappe chiuse ed “inseguimenti su binari”, ma, tolto il “limite” al movimento in questi ultimi, non si riesce a variare per niente la formula di gioco, dall’inizio alla fine… Poi, certo, se si muore è Game Over e si ricomincia il livello daccapo, ma sono sempre 10 minuti in più da fare, quindi niente di frustrante o che altro. SE si muore ovviamente. Personalmente, l’unico livello in cui ho trovato una vera sfida, sia nella fase di esplorazione che nel combattimento contro il boss, è stato (colpo di scena) quello finale. Ed aggiungo che è stata pure bella epica come parte, lo ammetto.

Ma vabbè, tagliandola corta: in due orette si può arrivare liscissimi al finale trottando subito verso i vari obbiettivi e boss, e schivando i nemici inutili.
Tutto questo non è proprio “salutare” per uno sparattutto così, diciamo, al cardiopalma. Ma, ripeto, il sistema di gioco è così fruibile, unico e divertente che la scarsa longevità e la scelta nel combattere nemici inutili e/o fare un giro nelle mappe, diventano, paradossalmente, quasi un pregio, donando al tutto una certa rigiocabilità, incentivata ulteriormente dalla presenza del voto alla fine di ogni livello.
Non che interessi a tutti i giocatori una feature del genere eh, ma, belli miei, quando un gioco così corto diverte e merita di essere giocato per un tempo maggiore, perché non sfruttare questa caratteristica per rimanerci attaccati ancora di più?

Indice di rapimento

bluVi avviso sin da subito: il voto e alcune delle belle parole che siete andati a leggere potrebbero esser state soggiogate dal fatto che si parla di Ghost in the Shell.
Senza nulla togliere all’indubbia qualità del titolo, che di per sé è alta, qui c’è in gioco anche un po’ di affezione personale per il franchise in questione e per alcune cose ad esso collegate e qui riportate nel miglior modo possibile, tra le quali figurano il tratto del mangaka Masamune Shirow o le sublimi animazioni di Production I.G usate per i filmati, come la opening linkata all’inizio o le numerose cutscene originali presenti tra i capitoli della storia caciarona.

Ma, a prescindere da queste righe appena date, posso comunque confermare che, tra gli infiniti videogiochi ispirati ad una media, in questo specifico caso un manga o un anime, Ghost in the Shell per la prima Playstation è un tie-in con i contro-*ahem* in cui vanno a coesistere perfettamente fanservice e puro intrattenimento videoludico. Non è solo “personaggi ed animazioni” che rendono felici gli amanti della serie, ma anche gameplay e comparto visivo-sonoro di alto livello che rendono felici anche gli amanti dei giochi d’azione in generale.

Guidare il robot-ragno della Sezione 9 e sfruttarne la sua grandissima agilità, insieme al suo arsenale di armi, è un’enorme gioia per le mani di un videogiocatore che possono rimanere incollate al pad per tutta la – purtroppo – cortissima avventura offerta dal titolo, completabile tutta in una botta.
Una bellissima botta. Tipo LADDROGA, ma con un effetto a tempo ridotto, non so se mi spiego.
Il suo essere veramente breve, insieme alla bassa difficoltà, alla scarsa varietà e alla confusione iniziale, non lo portano ad essere la perla che avrebbe potuto essere, ma è troppo divertente per non meritarsi almeno una partita.
Personalmente però, nel suo piccolo, rimane comunque un gioiellino classe 1998.

Rivolgendomi a chi non l’ha mai visto o toccato in vita, vi assicuro una cosa: una volta iniziato, vi ritroverete ai titoli di coda senza neanche accorgervene. E non solo per la sua durata esigua, sia chiaro, ma proprio per il suo tipo di esperienza meritevole del suo retro-recupero, almeno per quanto riguarda la mia, di esperienza.
Anche se, e cito testualmente, “che siano esperienze simulate o sogni, le informazioni sono al tempo stesso realtà e fantasia, e, in ogni caso, tutti i dati che una persona accumula durante il corso della propria esperienza non sono che una goccia nel mare“.
Provate e vedete voi stessi ecco.

E poi c’è Motoko.