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Il successo riscosso da titoli come Metal Gear Solid su PlayStation 1 e Splinter Cell sulla successiva generazione di console, hanno riportato in auge lo stile di gioco d’azione con meccaniche ”furtive” (leggasi stealth), già presenti fin dagli anni ’80 e che ebbe alcune delle massime espressioni nel decennio successivo grazie a serie del calibro di Hitman e Thief.
Ma tra Konami e Ubisoft, ecco che sbuca fuori SEGA, il terzo contendente che, nell’irruenza di anticipare Metal Gear Solid 2, lancia sul mercato la propria interpretazione del genere. Nell’ormai lontano 2001 arriva sugli scaffali: Headhunter

Non perdiamoci ulteriormente in chiacchiere e spendiamo un po’ di parole su questo prodotto approdato su Dreamcast e successivamente su PlayStation 2. Di base la trama è piuttosto carina. Noi impersoneremo Jake Wade (vagamente somigliante a Ben Affleck), il miglior cacciatore di taglie della ACN, una società anticrimine nata per sostituirsi alle forze di polizia, in un futuro dove i criminali sono visti come una riserva illimitata di organi freschi da riciclare per la brava gente. Il gioco inizia con il protagonista alle prese con una roboante fuga da uno strano laboratorio, per poi ritrovarsi, affetto da amnesia, in un letto di ospedale. Un po’ sfigato no? Ed è solo l’inizio!

Questo è lo spunto per un’avventura che ci porterà a conoscere ogni singolo aspetto di una società ben lontana dall’essere utopistica, dove la criminalità è più forte che mai, le industrie farmaceutiche aspirano a controllare la gente, e i cacciatori di taglie rappresentano l’unica forza di contrasto degna di nota. Ingaggiati da Angela Stern per indagare sull’omicidio del padre, scopriremo la rete di terrore che si cela dietro la figura di Don Fulci, capo del Sindacato criminale e ricercato numero uno. Uno gioco stupendo quindi? Ehm… meglio continuare.

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In foto Ben Affleck… ah no, scusate… è Jake Wade

Di base il titolo di Amuze (e infatti, in certi frangenti, sembra proprio sviluppato a muzzo ahahah)  ha tantissime buone idee. C’è lo spunto iniziale della trama, c’è la necessità di prendere le licenze da cacciatore di taglia superando delle prove in realtà virtuale (“Impressive Snake!” cit.) che aiutano a familiarizzare con le meccaniche di gioco, ci sono le sezioni in moto… già poi ci sono le sezioni in moto. L’apice del nosense mai toccato in un gioco del genere. Per spostarci da una locazione all’altra dovremo infatti utilizzare la due ruote gentilmente concessaci da Angela. Ma non si tratta solo di una scelta logistica. Le sessioni in moto saranno necessarie anche ad accumulare punti abilità per accedere agli esami delle già citate licenze. La domande è perché? Perché mai per prendere una licenza da cacciatore di taglie è necessario zigzagare a 200 all’ora per il traffico? Non ha senso! Eppure è così. Prendere confidenza con il mezzo tornerà sicuramente utile in una fase avanzata di gioco, ma è proprio il concetto dei punti abilità che non ha senso a parer mio. Ma passiamo ad altro, che non voglio pensarci più.

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Grand Theft Hunter!

Il sistema di controllo! Venghino signori, venghino! Mai visto un sistema di controllo più impreciso e snervante di quello adottato in Headhunter (neanche G-Police arriva a tanto). Per rendere l’idea immaginate di essere un pezzo di legno (non questo) e volervi muovere agevolmente tra i nemici, cambiare velocemente posizione, e usare efficacemente il sistema di coperture. Come dite? Vi sembra difficile eh? Sì, lo è! E tanto anche. Nell’ottica di voler attuare un approccio furtivo, si renderà spesso necessario effettuare cambi repentini di inquadratura. Purtroppo però non avremo un controllo diretto sulla telecamera di gioco, che si limiterà a seguire Jake da dietro le spalle cambiano direzione molto, troppo lentamente.

Parlando del sistema di copertura, anche qui ci troviamo di fronte un’ottima idea sviluppata in modo mediocre. Potremo ripararci dietro quasi ogni superficie, sia in piedi che accovacciati, prendere la mira in modo da sbucare fuori dal riparo e fare fuoco. Il problema si pone però al momento di abbandonare la copertura, azione che ci renderà totalmente esposti anche per colpa della già tratta bassa reattività della telecamera. Questi due elementi saranno la principale causa della nostra dipartita e conseguente scelta di approcciare il gioco come novelli Rambo, in barba al basso profilo da azioni furtive.
In Headhunter infatti, ad eccezione di due casi, potremo tranquillamente affrontare il gioco sparando liberamente a chiunque si ponga sul nostro cammino, senza minimamente venirne penalizzati. Il che è strano, visto quando le missioni VR insistano sull’approccio silenzioso, tanto da rendersi necessario distrarre gli avversari virtuali per superare e prove.

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Le coperture funzioneranno piuttosto bene… finché non decideremo di abbandonarle.

Quindi in definitiva ci troviamo tra le mani un brutto gioco? Non proprio. Non mi sento di penalizzare il titolo di SEGA, in quanto, come dicevo inizialmente, di spunti interessanti ce ne sono in quantità, in più il carattere nosense che permea vari aspetti del gioco, lo rende “strambo” nel modo giusto.
Le scene di intermezzo in grafica renderizzata saranno alternate a degli stralci di notiziario recitati da attori in carne ed ossa, durante i quali salterà fuori anche della sana pubblicità. Per non dimenticare, sempre in chiave nosense, la possibilità di equipaggiare degli occhiali da sole assolutamente inutili, ma che fanno tanto figo!
Le situazioni di gioco saranno piuttosto varie, con alcuni enigmi molto basilari, e un susseguirsi di azione sempre più incalzante (il livello delle bombe l’ho apprezzato particolarmente).
Il punto forte del titolo saranno però i combattimenti con i boss. Il livello di difficoltà degli scontri sarà sempre crescente, e la maggior parte ci impegnerà anche mentalmente per trovare il giusto modo di arrecare danni al nostro nemico.
Indice di rapimento

Headhunter è in definitiva un gioco che, seppur deludente dal lato tecnico, riesce comunque a regalarci delle sane ore di divertimento. Un titolo che si pone come un gioco d’azione tattica e silenziosa, che prosegue come uno sparatutto in terza persona, per concludersi con qualcosa che ricorda molto da vicino (alla stregua del plagio) il primo Resident Evil. Giocatelo, ma non prendetelo troppo sul serio.