Share

Qualche giorno fa mi è successa una cosa che ha dell’incredibile. Sentite qua…

Ero in giro per compere da un paio d’ore, e cominciavo a sentirmi congelare dal freddo. Ho pensato, “qui ci vuole proprio un bel caffè bollente” e, invogliato da un cartello che prometteva «il caffè più buono della città», ho deciso di entrare nel bar rinomato che si trova non lontano da casa. La frase a effetto era senz’altro un guanto di sfida lanciato a un altro bar poco distante, anche lui molto frequentato, e, con me, la strategia aggressiva del marketing, aveva funzionato a meraviglia.

Appena entrato già ero tutto contento del calduccio del locale, e, fatto rapidamente lo scontrino, mi sono avvicinato al bancone e ho ordinato sorridente il caffè che già pregustavo.

Immaginate la mia sorpresa quando, dopo un’imprevista attesa di qualche minuto, mi sono visto recapitare dell’… acqua calda! :O

Quello che mi ha detto il barista, mentre poggiava la tazzina, mi ha reso incredulo: “tra un’oretta, non posso essere più preciso, le posso servire il caffè, intanto, se vuole ingannare il tempo, ecco lo zucchero… giri pure. Sì è acqua calda, ma con questo freddo si accontenti per ora… anzi se la goda e ci scusi, in cucina stiamo lavorando duramente per risolvere il problema”.

Sono andato di filato alla cassa per avere indietro i miei soldi e per tutta risposta mi è stato detto che sullo scontrino, in piccolo, a leggere bene, c’è scritto nero su bianco che la proprietà declina ogni responsabilità, bla, bla, una volta ricevuto il pagamento bla, bla…

Va bene, sto scherzando.

Ma quello che volevo ottenere era innescare, nel mio piccolo, una riflessione su qualcosa che stiamo ormai dando per scontata. Un assurdo che ci capita sempre più spesso e che, accecati dal fatto che sembra rientrare nella normalità, abbiamo disimparato a riconoscere come tale. Sempre più spesso ci stanno propinando, a prezzo pieno, prodotti incompleti o deficitari, che mantengono, al lancio, la metà di quello che avevano promesso.

Appunto, immaginate questa consuetudine, invalsa da qualche tempo nel mondo dei videogiochi, applicata all’acquisto di altri oggetti della vita quotidiana… Non  vi sembra surreale e inaccettabile? A me sì.

driveclub-1

Il “non finito” funziona con Cezanne, ma non con Driveclub.

Il caso Driveclub è, in questo senso, esemplare. Gioco molto atteso e annunciato con squilli di tromba già all’E3 del 2013 come titolo di lancio esclusivo per PS4, l’anti Forza Horizon designato, faceva ben presto perdere le proprie tracce ed usciva finalmente un anno più tardi, soltanto l’ottobre scorso. Nonostante il rinvio, e il lavoro supplementare di dodici mesi, gli acquirenti della prima ora si sono trovati per le mani un dispositivo rotto. Un gioco che avrebbe dovuto permettere un’esperienza tutta concentrata sulla condivisione e sull’online, risultava invece incapace di connettersi ai server, per giorni e giorni. Driveclub aveva il sapore di una truffa. Una presa in giro tanto per chi si aspettava un assaggio, gratis, incluso nel proprio abbonamento Plus, quanto per chi aveva già sborsato i 40.00 euro (e sembrava un affare…) con il pre-ordine della versione digitale o, ancora peggio, i 70.00 della versione inscatolata.

Risultato: minacce di class action, utenti inviperiti che volevano indietro i soldi, danno d’immagine considerevole per lo sviluppatore e per Sony.

Ma cosa sta succedendo? Com’è possibile che uno studio di ottimo livello e grandi capacità come Evolution Studios, rilasci dopo mesi e mesi di ritardi, un prodotto incompleto?

Com’è possibile che di fronte allo scenario di scontentare migliaia di utenti, di vedersi gli account facebook e twitter ricoperti di insulti da ogni parte del mondo, si decida comunque di andare incontro alla gogna mondiale e di procedere ad ogni costo?

È chiaro che, come sempre, di fronte a una scelta difficile l’imperativo sia quello di limitare i danni, di fronteggiare il male minore. Ma qual è questa prospettiva peggiore di quella appena descritta, che ha costituito, in questo caso per Evolution Studios, uno spauracchio così grande?

Il fallimento economico. La chiusura dello studio. La fine.

Lo sviluppo di un videogioco, come in generale di un’opera di ingegno ambiziosa, richiede tempi e sforzi incalcolabili, anni di lavoro spesso in condizioni al limite delle umane possibilità – chiedere conferma ad Erin Hoffmann – e per sua natura è un processo non proprio adatto alle scadenze fisse e inderogabili.

Più o meno dalla scorsa generazione di console, la potenza di calcolo delle nuove macchine ha permesso di immaginare e realizzare opere più ambiziose, ma anche dispendiose, per mezzi e forza lavoro implicati. Sono aumentati gli investimenti e le responsabilità degli sviluppatori verso gli investitori. Le scadenze si fanno più pressanti, ma diminuisce la capacità di rispettarle (stando almeno alla quantità di giochi attesi per il 2014 che sono slittati al 2015…).

Se Evolution Studios non avesse rispettato la seconda scadenza, dopo un anno di rinvio, avrebbe avuto un altro zero alla voce fatturato per due anni di fila e questo, probabilmente, non poteva permetterselo. Il prezzo da pagare, per essere ancora in vita, è stato quello di pubblicare un prodotto non finito affidandosi agli aggiornamenti successivi per sistemare le cose.

Il caso Driveclub è solo uno dei tanti e, davanti a questo scenario, c’è chi prefigura la catastrofe, la riedizione della nefasta crisi del settore del 1983, legata alla tristemente famosa vicenda dell’ET di ATARI e della crisi di fiducia del compratore deluso da prodotti scadenti e ingiocabili. È vero che la storia tende a ripetersi, ma le differenze tra quel periodo degli albori dei videogiochi e quello che stiamo vivendo, sono macroscopiche e bisogna essere ciechi per non vederle.

In un futuro molto prossimo bisognerà però cominciare a pensare a soluzioni che tengano conto sia delle difficoltà degli sviluppatori che delle esigenze degli investitori, ma anche, se non soprattutto, della soddisfazione dei videogiocatori. Perché in questo momento, è innegabile, a rimetterci sono soprattutto questi ultimi.

Avete qualche idea?

In conclusione vorrei aggiungere che il peccato più grande di questa vicenda specifica è che, martoriato dalla cattiva pubblicità generata dalle carenze strutturali delle prime settimane successive alla messa in vendita, Driveclub, incolpevole, è vittima di grave ingiustizia, perché, dopo gli aggiornamenti di questi giorni, ci troviamo difronte ad un gioco che meriterebbe molta più attenzione e considerazione di quanta potrà mai riscuoterne.

Da qualche giorno sono infatti incastrato dentro la mia Ferrari 458 Speciale che porta i colori e lo stemma del mio Club. Sfreccio alla velocità della luce sui rettilinei di tracciati ispirati, e a tratti mi sembra di vivere dentro l’abitacolo della Testarossa di Outrun, tale è la magia del modello di guida in equilibrio perfetto tra simulazione esigente e permissivo arcade.
Giro dopo giro la mia concentrazione tocca l’apice, mentre tutto intorno cambia, prima ammantato nelle nuvole che minacciano tempesta di un pomeriggio coperto e piovoso, poi lentamente, con uno sfumato impercettibile e delicato, sopraggiunge una notte stellata di un realismo ammaliante.
Giro dopo giro si rinnova, instancabile, una sfida costante e assuefacente, una prova di abilità ad ogni curva, che si specchia nella classifica mondiale in costante aggiornamento e che tiene traccia di tutto il vostro operato e saprà rendervi orgogliosi, così come mostrare impietosa i vostri limiti.
E, allora, sotto con un altro giro a cercare di interpretare meglio quella curva a gomito assassina o a gestire meglio la potenza in accelerazione. Perché di questo si tratta, quando parliamo di videogiochi, di senso di sfida e superamento dei propri limiti.

E, anche se nelle difficoltà e nonostante tutto, Evolution Studios la sua sfida l’ha vinta.

cezanne-lamontagnesaintevictoire

E sì, funziona eccome!