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Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

Avevo messo gli occhi su questo gioco più di un anno fa, intrigato dal trailer ne avevo subito intuito il grande potenziale. L’uscita ad episodi, che mal sopporto, purtroppo, mi aveva fatto desistere, all’epoca, dall’acquisto, rimandando tutto all’uscita della sempre puntuale edizione definitiva. Un’attesa molto lunga ma che non rimpiango affatto. La mia pazienza mi ha permesso di poter vivere la storia tutta d’un fiato, senza incorrere in pause forzate e godere anche di una bella edizione limitata ad un prezzo assolutamente accessibile.

Life is Strange ha avuto il merito di incarnare tre mie grandi passioni: Cinema, Fotografia e, appunto, Videogiochi.

Max Caulfield è una studentessa di fotografia presso la Blackwell Academy di ritorno ad Arcadia Bay dopo cinque lunghi anni trascorsi lontana da casa. Un luogo che l’ha vista crescere, dove si era lasciata alle spalle, oltre i tanti ricordi, anche la sua migliore amica d’infanzia Chloe Price. Un evento scatenante su cui poi ruoterà tutto il gioco, farà acquisire a Max un potere incredibile ed inimmaginabile: la capacità di riavvolgere il tempo. Tale dono però va gestito con grande cautela, perché se da un lato eleva la giovane al ruolo di supereroina, dall’altra mette in movimento forze più grandi di lei.

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Dipinto in movimento

Ci sono tante cose che ho amato di questo gioco. Sicuramente Life is Strange dal punto di vista stilistico e registico è un titolo audace e di notevole impatto. Essendo un gioco a budget ridotto ha compensato i suoi limiti tecnico-grafici con scelte intelligenti. La grafica, se guardata con occhio cinico, risulta solamente sufficiente, soprattutto a livello di textures. La scelta di usare contorni sfocati però soprattutto quando la telecamera si sposta dai primi piani a visuale grandangolo (tanto per rimanere in ambito fotografico), regala al titolo una vena “impressionista” decisamente apprezzata dal sottoscritto. Altra cosa che ho amato è la regia, un ritmo volutamente calmo e compassato che spesso indugia su certe inquadrature a scopo riflessivo-contemplativo, ogni volta che nel gioco vi era la possibilità di sedersi la mia mente si perdeva per alcuni minuti.

La storia di per sé non è così intricata, ma vuoi per la scelta di puntare sui viaggi nel tempo, vuoi per i continui richiami alla teoria del caos, vuoi per una parte finale di gioco assolutamente brillante e da mal di testa, neanche si può banalizzare il tutto come “lineare”. Tutti i giochi in fondo vanno da un punto A ad un punto B, c’è però chi lo fa seguendo un percorso ben prestabilito e senza sbalzi e chi invece, come Life is Strange, seguendo uno schema a zigzag.

I temi di cui tratta sicuramente non sono nuovi, forse si ce li avranno propinati decine di volte a scuola ed in TV, ma basta questo per definirli scontati? Non credo proprio… la storia dell’uomo ci ha più volte insegnato che mantenere la memoria è vitale per non commettere errori del passato e progredire, se un’opera propone certe tematiche importanti andrebbe apprezzata a prescindere.

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Scatto d’autrice

Life is Strange è una di quelle avventure grafiche story driven con un sistema di gioco che può essere benissimo paragonato a quello di un The Walking Dead. Cinque episodi, ognuno con quattro-cinque scelte importanti, le quali avranno possibili ripercussioni sull’andamento della trama. Quello che contraddistingue questo titolo è che qui le scelte potranno essere prese con assoluta calma, grazie ai poteri di Max, infatti, potremo riavvolgere subito il tempo, permettendoci di modificare la decisione presa in precedenza. Nel gioco sono presenti anche alcuni enigmi ambientali, non particolarmente impegnativi ma apprezzabili. Due i finali. Quello che ho preferito è quello di “sinistra”, l’epilogo che considero più giusto e coerente con la storia.

Le musiche in generale le ho trovate molto melodiche, alcune anche con una leggera punta nostalgica. Non staremo parlando di Nobuo Uematsu e Akira Yamaoka, ma hanno sicuramente il merito di adattarsi perfettamente al contesto. Nella limited edition, inoltre, è presente la soundtrack composta da 22 brani, motivo in più per acquistare l’edizione fisica. Longevità nella media, esplorando ogni centimetro di gioco e interagendo con qualsiasi cosa è durato 16 ore. Sinceramente per un’opera del genere va più che bene, anche perché in questi casi si corre solamente il rischio rendere la storia troppo annacquata. La possibilità inoltre di compiere scelte diverse, sbloccando così nuovi dialoghi e filmati aumenterà di molto la rigiocabilità. Il doppiaggio è di assoluto spessore con dialoghi credibili e maturi, quello invece che non ho gradito è la sincronizzazione del labiale alquanto approssimativa. Caratterizzazione dei personaggi ottima, alcuni sviluppati in modo egregio altri meno, in generale, comunque, resta uno dei punti di forza del gioco.

Indice di rapimento

In un passaggio di Youth del regista Sorrentino, il personaggio interpretato da Harvey Keitel afferma: “le emozioni sono tutto quello che abbiamo”. Al diavolo gli inutili tecnicismi, voglio vivere la mia vita portando con me una valigia carica di sogni e sentimenti. I frame per second, i cicli giorno/notte, i sistemi di livellamento, le textures non troveranno mai spazio. Al diavolo anche i professori che salgono in cattedra per ricordarci di come un “vero” videogame debba necessariamente possedere un solido sistema di gioco e quelli che lamentandosene affermano sempre di avere già capito tutto dopo pochi istanti, probabilmente i primi ad andare su wikipedia al termine della storia.

Semplicità rispetto a complessità, cuore rispetto a razionalità… io vivo per gioire di queste esperienze.

Piccolo o grande fate voi, capolavoro senza dubbio.