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F: Ciao D. alla fine ieri ho fatto il preorder di “Serial Killer Potato 4″…

D: Ah, allora Day One!?

F: Sì, ero troppo in hype e il trailer di gameplay mi ha convinto. Che poi già quasi mi era bastato il teaser.

D: Non so… ho letto di tanti feedback negativi, di crash e bug che hanno tempestato l’early access e anche l’hands on di “Games for you” non mi sembrava entusiastico.

F: Ma c’è la patch pronta per il giorno della release e lo shop lo scontava.

D: Quindi niente retail. Pensavo ti saresti buttato sulla limited steelbook edition.

F: No, prendo la versione deluxe col season pass che porterà nuove quest, oltre al pvp con le stanze per il matchmaking.

D: A proposito, nel multi c’è la chat in game? Nel versus sono niubbo eh, ma già mi interessa di più.

F: Non so.

D: Sei convinto quindi? Alla fine non è un more of the same? Poi anche basta open world, no?

F: No, anche se è solo un upgrade del precedente e il crafting abbonda, lo prendo. Amo troppo la software house e il design delle location, il feeling delle armi poi è al top.

D: A me è bastato l’ultimo leak per farmi cambiare mood, praticamente il single player è spoilerato.

F: Lo capisco, ma non dirmi niente perché driblo le news quando un gioco è così alto in wishlist.

D: Ti dico pure che l’anno scorso stavo per diventare backer sul loro Kickstarter, ma la stretch goal della versione Ps4 non si raggiungeva e allora…

F: A me anche su PC, col setting giusto, va bene tutto sommato.

D: Ma poi s’è capito che genere è?

F: Ma guarda sembra che sia un po’ puzzle, un po’ RPG, un po’ anche survival con elementi FPS e sezioni platform.

D: Apperò!

F: Comunque faccio la prima run e ti so dire meglio, ma secondo me è un must have.


Potrà sembrarvi strano, assurdo o perfettamente normale, ma senza esagerazioni, questa è una conversazione molto plausibile tra due appassionati di videogiochi oggi, in Italia. Che strana lingua stanno parlando con disinvoltura e probabile compiacimento F. e D.?

Cos’è l’itanglese? Questa nuova lingua che va diffondendosi sempre più sul lavoro, e nella vita di tutti i giorni, si chiama (e la conoscete bene) itanglese. Come racconta Annamaria Testa, una delle personalità di maggior spicco ad aver sollevato il problema qualche tempo fa, questa nuova lingua minaccia sempre più concretamente l’esistenza dell’italiano per come l’abbiamo conosciuto e parlato finora (o giù di lì, visto come sono messi F. e D.).

I settori in cui innumerevoli termini sono ormai espressi prevalentemente in inglese sono molti, ma occupandomi per passione del mondo dei videogiochi, e frequentando quotidianamente siti, gruppi e comunità che trattano l’argomento, posso dire che il nostro è l’ambito in cui questo nuovo modo di parlare ha attecchito con maggiore evidenza e “spettacolarità”. La lingua con cui comunicano i videogiocatori italiani risponde con grande permeabilità a un numero sempre maggiore di sostantivi e frasi fatte provenienti dall’inglese e dallo slang americano.

Ma perché si verifica tutto questo? I mezzi d’informazione favoriscono enormemente il diffondersi e l’affermarsi di tutti i termini non necessari che avrebbero corrispettivi in italiano o potrebbero essere serenamente resi in altra lingua (in Spagna si dice “más del mismo” e non “more of the same”, ad esempio). I siti di videogiochi vivono di traduzioni per quanto riguarda il flusso più importante degli articoli, le notizie. Sarà sufficiente che un redattore, per pigrizia o comodità, decida di lasciare inalterato un termine (es. leak al posto di “indiscrezione”) per farlo sembrare, attraverso l’uso quotidiano e l’abitudine, naturale e insostituibile.

La cosa più grave è che, sostituito dall’inglese, l’italiano è identificato con il passato, ci suona antico e inadatto a descrivere l’oggi. Al contrario proprio con la scelta di preferire l’italiano potremmo restituirgli attualità, e trovando in esso parole nuove potremmo essere contemporanei rendendo viva e sana la nostra lingua e soprattutto la nostra cultura; senza fare ricorso a termini presi in prestito e utilizzati con una percezione persistente di inadeguatezza della nostra identità.

Il problema non è l’ibridazione del linguaggio, lasciare cioè che nuovi termini nascano anche da radici linguistiche più o meno differenti dalle nostre; è sempre successo, infatti, che nel parlato e nei vocabolari si facesse spazio volentieri a termini nuovi di origine straniera. Il problema sono gli anglicismi non adattati, parole di un’altra lingua prese di sana pianta da un altro vocabolario che vengono incollate nel nostro per sostituirne altre, che muoiono, o per creare neologismi. Queste parole sono, ad oggi, migliaia, con incrementi annuali spaventosamente alti.

Per darvi un’idea del fenomeno, quando dobbiamo aggiungere al nostro vocabolario termini nuovi, che designano cioè concetti propri del tempo che stiamo vivendo, nel 50% dei casi si tratta di parole inglesi non adattate. Questi sono dati preoccupanti e verificabili, sintomo di una lingua in uno stato di salute precario, se non proprio vegetativo.

Questo stato di cose non è inevitabile, basta guardare come si comportano in Francia e in Spagna dove enti preposti alla salvaguardia della lingua sono punto di riferimento di testate e giornalisti che, come dicevo, attraverso i mezzi di comunicazione, hanno la prima responsabilità della nascita e della morte delle parole di uso corrente. Si tratta di nazioni in cui il fenomeno dell’invadenza della lingua inglese esiste, ma ha una portata molto inferiore a quanto accade in Italia, paese in cui istituzioni di quel tipo, guarda caso, non ci sono.

L’importante è essere consapevoli dell’esistenza del problema. Come quando immettiamo clorofluorocarburi nell’aria sappiamo ormai molto bene cosa stiamo facendo allo strato di ozono, così quando parliamo itanglese e abbracciamo con entusiasmo un numero sempre maggiore di termini inglesi senza adattamento alla nostra lingua, dobbiamo essere consapevoli che la stiamo impoverendo, inaridendo, uccidendo.

Alla coscienza di ognuno il decidere come comportarsi sapendo che basterebbe parlare italiano con interlocutori italiani e un ottimo inglese con chi non parla la nostra lingua per preservare la nostra cultura ed essere cittadini a pieno titolo del mondo contemporaneo senza essere costretti a “fare gli americani”.

Personalmente sono diventato molto sensibile al problema dell’invasione di sostantivi ed espressioni inglesi nel nostro quotidiano quando mi sono accorto che non parlavo itanglese per scelta, ma per un’imposizione del linguaggio deciso dai siti specializzati e adottato supinamente dai miei interlocutori. Se prima subivo il fascino di certi termini ora mi infastidiscono, e se prima ne facevo ampio utilizzo, sfoggiandoli con disinvoltura per sentirmi al passo coi tempi, ora cerco di limitare il più possibile il ricorso all’inglese quando sto parlando con italiani, perché penso che la maggior parte delle volte non sia affatto necessario. Credo che anzi sia sintomo di pigrizia mentale, provincialismo e sudditanza culturale e psicologica verso un’altra cultura onnipresente e dominante. Ma in questo ambito non può esistere la legge del più forte, perché come afferma l’UNESCO: la diversità linguistica va preservata e difesa come ricchezza insostituibile del patrimonio culturale dell’umanità.

A questo punto però mi accorgo che bisogna sgombrare il campo da qualsiasi facile accusa di chiusura mentale o peggio: amo, rispetto e sono molto curioso di tutte le culture d’Europa e del mondo. Guardo film prodottall’estero esclusivamente in lingua originale da più di vent’anni e piuttosto che sorbirmi il doppiaggio in italiano di film parlati in altre lingue non vado al cinema. Sono convinto che conoscere almeno una lingua oltre la propria, saperla padroneggiare per farsi capire bene conversando, o per comprendere quanto scritto in un libro non tradotto, sia importante e bellissimo. Nello stesso tempo amo la mia identità culturale, la coltivo, e di conseguenza rispetto profondamente la mia lingua madre

Da quando ho cominciato ad esprimermi con maggiore attenzione e con il pieno ricorso alla ricchezza della lingua italiana mi sento agente attivo di un’azione di valorizzazione e recupero. Percepisco che, nel mio piccolo, posso favorire il cambiamento di una tendenza sempre più diffusa e nociva per la nostra lingua. Sento inoltre il piacere di esprimere più profondamente e più efficacemente il mio pensiero e le mie sensazioni, anche quando parlo di videogiochi.

P.S. F. e D. sono personaggi (quasi del tutto) inventati e, purtroppo, “Serial Killer Potato 4” non esiste.