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In quest’ultimo periodo mi sono accorto di aver quasi abbandonato i JRPG.
Parlo di quelli puri, soprattutto a turni.
Tolte un paio di eccezioni (contate) giocate tra il 2017 e il 2018, ovvero il primissimo Persona e Parasite Eve, e tralasciando qualche titolo un po’ più “action” del solito, come Final Fantasy XV, gli ultimi giochi del genere da me finiti ed apprezzati sono stati alcuni capitoli della serie di Tales of. Il che si parla di, boh… 3 anni fa circa?
E ora sono qui, a parlare di Persona 5, titolo, sì, già presente nel nostro sito marziano grazie all’incontro ravvicinato del buon Leonick, ma al quale non potevo non dedicare almeno queste due righe “a mente calda”. Giusto per dare un’idea di come mi sento in questo momento, senza dover parlare di quelli che sono i componenti del gioco. Per quello viene in aiuto l’articolo appena accennato.

Dopo averlo iniziato MESI FA grazie ad amici, per poi bloccarlo a causa della restituzione e, in seguito, riprenderlo definitivamente dopo esser riuscito a recuperarne una copia tutta mia, sono riuscito FINALMENTE a visionare i titoli di coda… e mi sono ricordato perché il genere JRPG è uno dei miei preferiti. Per non parlare della serie di Persona in sè.
Non mi sentivo così da tempo. E non per quanto riguarda la sola bellezza del gioco. Quella è a dir poco palese già dallo stile esagerato che mi ha inondato anche solo guardandone qualche scatto o ascoltandone qualche musica.

Di titoli belli ne ho giocati a bizzeffe di questi tempi. Alcuni sono entrati addirittura nella mia “Top” personale, come Nier Automata. Ma, ecco… non saprei come spiegare questa sensazione.
Una sensazione quasi… nostalgica.
È come un enorme mix di emozioni che racchiudono tutto il centinaio di ore spese in quella che si è rivelata non una semplice partita, ma una straordinaria esperienza.
Conoscere completamente ogni singolo personaggio del gioco ed affezionarsi ad ognuno di loro. Evolversi con loro. Vivere con loro.
Eccitarsi al solo pensare di continuare la storia e la loro avventura. Di rivelarne ogni anfratto. Di venir sorpreso quando meno te lo aspetti.
Divertirsi su un sistema e su delle meccaniche ormai sempre meno presenti nel panorama attuale, ma sempre più soddisfacenti per quanto mi riguarda. Sempre più varie. Sempre più complete.
Estasiarsi su ogni particolarità. Su ogni scoperta. Su ogni scelta di design. Su ogni nuova traccia. Su ogni idea geniale.
E poi… sentirsi vuoto. Completamente.
E volerne ancora, anche dopo 100+ ore. Tanto da avviare involontariamente un Nuovo Gioco +.

So che la maggior parte di queste cose si possono dire e sentire anche su altre opere videoludiche.
Forse è solo il lungo (e bellissimo) tempo passato sul gioco che parla. Forse è anche la foga del momento, come sempre succede in questo tipo di momenti e di articoli. O ancora la voglia assurda di JRPG che ora mi sta circolando nelle vene. Ma una volta letto “Fin” mi è venuto l’istinto di applaudire… anche se farlo davanti ad una tv e con gente in casa, beh, lì sì che mi avrebbero preso per Pazzo.

Quindi eccomi qui, tanto sicuro quanto pronto, ad utilizzare quella “parola infernale” ormai stra-abusata al giorno d’oggi che però, in questa occasione, non mi vergogno a sfruttare ulteriormente: a parer mio Atlus, nel 2016, ha sfornato un altro CAPOLAVORO.
Persona 5 è il suo nome.

Ebbene sì, sono stati i Phantom Thieves a rubarmi il cuore e a farmi scrivere tutto questo.
Ma va benissimo così, non aiutatemi.

Alla prossima.