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Suona la sveglia, la sento.
Mi giro nel letto, sperando decida di smettere da sola. Non lo fa.
Prendo il telefono e, al terzo tentativo, riesco ad interrompere quello strazio.
Mi sollevo, rassegnata, e appoggio i piedi per terra. Da lì, nulla sarà più lo stesso.
È già passato circa un minuto.
A “guardarlo” così, scomposto in più righe di testo, sembra un tempo ampio.
Nella realtà, difficilmente ci accorgiamo del suo passaggio, a meno che non siamo in attesa di qualcosa.
Sì, sto parlando della timbratrice del lavoro.
È la cara vecchia storia della relatività, per cui anche una verità oggettiva può mutare a seconda delle persone e delle circostanze.
Ecco allora che sessanta secondi possono essere molto fruttuosi o fugaci, o al contrario eterni.
Minit, pubblicato da Devolver Digital su Pc, Mac, Linux, Ps4 e Xbox One, lo scorso 3 Aprile, gioca proprio sulla variabilità di questa percezione.

Sviluppato da JW, Kitty, Jukio e Dom, alias di quattro talentuosi autori, già singolarmente impegnati in progetti del calibro di Nuclear Throne e Horizon Zero Dawn, tra gli altri, Minit è un curioso gioco d’avventura, che riprende lo stile grafico, e la risoluzione, dell’era 8-bit.
Per questo, con la sua palette interamente bianca e nera, le forme stilizzate e la visuale dall’alto, sembra un titolo che ben avrebbe potuto impazzare sul primo Game Boy.
Questa scelta stilistica, a mio avviso apprezzabile, è da legarsi al desiderio di rievocare un certo stato d’animo, senza per questo togliere nulla alla profondità dell’esperienza proposta.
A scanso di ogni equivoco del primo impatto, infatti, Minit si rivela presto un adventure raffinato, con una componente puzzle predominante, a partire dalla sua stessa struttura.
L’idea di fondo, che di fatto coincide con la premessa narrativa, è infatti che il protagonista – una sorta di papero, muto ma deliziosamente caratterizzato a livello visivo – si ritrovi a vivere un circolo ininterrotto di morte e rinascita, a seguito del ritrovamento di una spada maledetta.
La durata di ogni “vita” è di sessanta secondi, nel corso dei quali il giocatore si ritrova – senza tanti preamboli – ad esplorare un mondo semi-aperto, alla ricerca di una soluzione, e di una spiegazione, al misterioso loop.

Non lasciatevi ingannare dall’essenzialità del disegno: il mondo di Minit è altamente interattivo. Provare per credere.

L’approccio è dunque spiazzante e brutale: soli, senza obiettivi espliciti e con un timer inesorabile a schermo.
Raggiunto lo zero, la partita corrente termina, e si torna a rinascere nell’ultimo checkpoint.
Facile girare a vuoto, all’inizio.
Basta qualche tentativo, però, e subentra la sensazione di trovarsi all’interno di un gioco perfettamente a fuoco, in ogni suo elemento.
Ancora un po’, e si comprende che il poco tempo a disposizione è in verità più che sufficiente per compiere ogni azione necessaria a ricomporre una parte del puzzle complessivo.
Esatto: il mondo di Minit è stato pensato, progettato e realizzato per poter essere “consumato” un minuto alla volta, consentendo al giocatore di conseguire progressi significativi entro il tempo limite.
Che sia esplorare un dungeon, risolvere un enigma ambientale – o parte di – o interagire con uno o più dei bizzarri npc.
Si tratta di entrare in questo stato mentale, per cui ogni “vita” può realmente essere funzionale: da lì, i sessanta secondi sembrano dilatarsi, aprendosi a molteplici possibilità.
E questo, nonostante molte delle azioni compiute finiscano con l’azzerarsi al giro successivo. A meno che non si sia conseguito un progresso reale nell’avventura, che tende invece a permanere tra una partita e l’altra. Una struttura simil rogue – lite, insomma.
Le dita schizzano sulla levetta del pad – o sulla tastiera – e ci si ritrova a compiere imprese in frazioni temporali solitamente insignificanti, con una scioltezza ed una naturalezza che sono evidente frutto dell’ottimo lavoro di dimensionamento e costruzione degli spazi.
Ciascuna area – diversa per contesto e peculiarità ambientali – è infatti facilmente esplorabile in pochi tentativi, e conta una serie di passaggi che la interconnettono alle altre, mano mano che li si sblocca.
All’interno di ognuna, poi, è possibile trovare una delle diverse abitazioni disponibili, nient’altro che checkpoint per i “giri” seguenti, con annesso teletrasporto reciproco.

Per selezionare una delle abitazioni, e dunque ripartire da lì all’inizio del prossimo minuto, è sufficiente entrarci prima dello scadere del tempo.

Altri alleati del giocatore sono gli oggetti che, una volta ritrovati – non senza una buona dose di attenzione – saranno a disposizione del protagonista nei pressi dell’abitazione scelta.
La gamma di accessori è varia: tra tutti, l’infame spada maledetta, con la quale mazzuolare i nemici in tempo reale, e un pratico annaffiatoio da passeggio. Tanto per citarne un paio.
A questo si aggiunga che gli enigmi, una volta completati, restano tali in via permanente, con buona pace di qualsiasi frustrazione immotivata.
Per risolverli, occorre spesso abbinare il giusto strumento alla situazione, oltre che esaminare accuratamente le schermate alla ricerca dei molti indizi velati nascosti tra le righe dei semplici – ma significativi – dialoghi, e nella costruzione degli spazi. Senza trascurare un pizzico di pensiero laterale q.b.
Ingegnosi, originali e ben preparati, i puzzle sono il cuore dell’esperienza, e regalano una soddisfazione che viene anche prima del progresso in sé, perché recupera quella genuinità delle esperienze in cui deduzione e intuizioni erano – e in alcuni casi sono – gli unici veri ausili a disposizione.

Io non ne sarei così felice…

A livello macroscopico, la progressione è organizzata in modo generalmente non-lineare, con le varie situazioni di gioco affrontabili in ordine variabile, tolte le dovute e necessarie eccezioni.
Il ritmo è quanto mai scandito dall’apprendimento individuale, più a livello di forma mentale, che di abilità.
In questo senso, la longevità è da valutare nella sua particolarità, trattandosi di fatto di due ore scomposte in unità temporali che hanno, ciascuna, un tempo proprio, al di là del minutaggio, spesso dilatato nella percezione.
Più che il contatore, allora, a determinare la durata di Minit è un insieme di minuti vissuti a diverse “velocità” ed intensità, affrontabili singolarmente, in sessioni mordi e fuggi, o in sequenza.
A voler approfondire, comunque, il gioco mette a disposizione alcuni contenuti opzionali, per lo più legati al recupero di ulteriori cuori di energia o di monete, in parte spendibili in utilità.
Inoltre, una volta conclusa la prima run, ne diventa accessibile una seconda di difficoltà maggiore, con ancora meno tempo a disposizione per ogni vita e una mappa parzialmente modificata, di nuovo da scoprire. Oltre ulteriori “malus”.
Esiste, poi, anche una modalità chiamata “Mary”, nella quale vestire i panni di un altro personaggio, con un finale diverso.

Indice di rapimento

Raramente capita di trovarsi tra le mani un prodotto compiuto come Minit.
Un’esperienza affilata come e più della spada che costringe il protagonista ad un ripetersi di tempi solo apparentemente inconsistenti.
Ottima la costruzione del mondo di gioco e degli enigmi, simpatiche le gag, suggerite con finezza, interessante la progressione complessiva in stile rogue – lite. Riuscito anche il voluto effetto “retrò”, sia nella grafica che nella calzante colonna sonora di Jukio Kallio.
La vera stilettata, però, la dà la morale sottesa ad una storia tutto sommato semplice ed essenziale, che è poi specchio della struttura stessa del gioco, nel momento in cui ricorda che il tempo a propria disposizione va vissuto attimo per attimo, intensamente, senza perdersi nell’affanno di un domani sempre fuori portata.
Un messaggio che non bisogna sforzarsi di trovare, perché arriva da solo, quando ci si rende conto che quei sessanta secondi sono tutti piccoli cerchi potenzialmente richiudibili con un qualcosa di nuovo sulle proprie “spalle”. Un passaggio mentale da fare, se si vuole arrivare in fondo all’esperienza, ma che una volta fatto rimane anche oltre.
Un lavoro di cuore e passione, prima ancora che un esempio illuminato di design, che consiglio a chiunque cerchi un’esperienza in cui investire, letteralmente, del tempo, capitalizzandolo.