Share

Il primo Nier è stato, per me, una delle esperienze videoludiche di maggiore impatto.
Al netto di un lato tecnico sgraziato e di un gameplay da action-rpg dotato di buone idee, ma realizzate solo in parte, il gioco è infatti ancora forte di un comparto narrativo allo stato dell’arte.
Ho pianto con Nier. Ho provato rabbia ed empatia, arrivando a sentir risuonare le azioni a schermo con la mia coscienza.
Ma, più di tutto, sono stata sorpresa. Ripetutamente.
Capite bene, allora, che all’annuncio di questo Automata, nel corso dell’E3 2015, il mio cuore è sobbalzato.
E’ bastato apprendere del ritorno di Yoko Taro come director e di Okabe Keiichi alle musiche, per questo.
Il primo, infatti, è forse uno degli autori più sfrontati e coraggiosi attualmente attivi nella terra del Sol Levante. Per farla breve, credo abbia ridefinito, con le sue opere, il concetto di politicamente scorretto, nonché quello di “happy ending”.
Keiichi, invece, ha dotato il primo Nier di una delle colonne sonore più memorabili del panorama videoludico tutto.
La consapevolezza che i Platinum Games si sarebbero occupati del comparto di gioco, con il supporto economico e produttivo di Square Enix all’intero progetto, ha fatto il resto. Colpo di grazia.
Da quel momento sono trascorsi due anni: due anni di trailer, filmati, interviste, una demo persino, che ho provato a dispetto della mia abitudine contraria. Due anni di aspettative.
Ora che ho finalmente tra le mani il prodotto finito, e che ho potuto dedicargli il giusto tempo, molte cose mi frullano per la testa. Su tutte, l’idea che NieR:Automata, complessivamente considerato, sia un qualcosa di inedito, nel panorama videoludico.
Molto più di un semplice Nier 2.0, di un’operazione nostalgia, eppure un degno erede di quel diamante grezzo che è stato il suo predecessore.
Perfetto come punto d’ingresso alla serie, per il suo essere sostanzialmente stand alone. Immancabile per chi, avendo già avuto modo di apprezzarne le particolari atmosfere, ne ritroverà qui lo spirito e potrà godere di diversi collegamenti, più o meno espliciti, ma mai necessari alla comprensione generale.
In una parola: sbalorditivo.

Il cerchio della vita

Anno 11945. Sulla terra imperversa la quattordicesima guerra delle macchine, un conflitto estenuante, che vede scontrarsi senza sosta gli automi, in difesa dell’umanità, e le biomacchine, schierate da quegli alieni che anni prima avevano invaso il pianeta, costringendo i pochi umani superstiti a ritirarsi sulla superficie lunare.
Proprio dalla Luna, l’umanità veglia sull’operato di queste macchine umanoidi, modelli sofisticati afferenti al progetto YoRAh, finalizzato a restituire la terra ai suoi legittimi abitanti.
E’ proprio in medias res, nel corso di un’operazione sul campo, che incontriamo per la prima volta i protagonisti delle vicende di Automata: il modello da combattimento 2B e il ricognitore 9S.
Entrambi YoRAh, schierati al grido di “gloria all’umanità” e inibiti dal provare qualsiasi tipo di emozione. Almeno sulla “carta”.
Da qui, una storia che li condurrà ad approfondire la conoscenza dei loro oppositori, e a riflettere sul senso del conflitto, e della loro stessa esistenza. Rivelazione, dopo rivelazione.
Mi fermo: qualsiasi altra anticipazione sarebbe imperdonabile.

Ho detto che mi fermo, non serve minacciare!

Ho detto che mi fermo, non serve minacciare!

Il primo merito di Nier Automata, infatti, è quello di essere un gioco capace di sorprendere.
Parlo di una sorpresa genuina, che nasce dal “semplice” evolversi di una trama sempre più complessa e profonda, senza espedienti di sorta a coprire lacune, o inconsistenze, narrative.
Così sviluppato, l’effetto sorpresa è un valore aggiunto, e connota l’esperienza ben oltre il semplice plot twist, divenendone il filo conduttore, se non vera e propria cifra stilistica.
Alla base, la visione di Yoko Taro, che si è distinto, negli anni, per l’aver creato storie che non si esauriscono in modo convenzionale, bensì richiedono di essere vissute e rivissute, per rivelarsi completamente.
Storie stratificate, in cui l’apparenza tradisce e la verità è una conquista, spesso dolorosa.
Nier Automata non fa eccezione.
Da qui l’esigenza di prevedere diverse “route” narrative, per cui, per avere un’idea chiara e completa di quello che il gioco ha da dire, occorre completare più run, ed assistere a molteplici epiloghi, cinque, per la precisione. Senza contare gli oltre venti finali opzionali, poco più che “scherzi”, nella maggior parte dei casi. Ma non sempre.
Non si tratta di un ripetersi, stanco, degli stessi eventi, delle medesime azioni e reazioni, bensì di un unico viaggio in continua trasformazione. Trasformazione che costituisce la solenne chiamata cui l’intero gioco risponde, con ogni suo elemento.
Nuovi personaggi, nuove meccaniche, nuovi contenuti narrativi.
Una giostra dalla quale è impensabile scendere prima che il giro sia interamente completato.

NieR:Automata 2

A conferire spessore a questa trama ricca ed in continuo movimento, tutta una serie di tematiche complesse, affrontate in modo mai scontato.
Al fondo, l’uomo.
Non è una novità l’interesse di Yoko Taro per l’umanità, intesa come quell’ineffabile, eppure tangibile, insieme di emozioni e pulsioni che la distinguono da qualsiasi altra forma di vita.
Potrebbe apparire paradossale, che un gioco popolato da androidi e biomacchine indaghi, in ultima istanza, proprio il senso dell’essere umani.
Ma così è, e ne risulta un ritratto sfaccettato, a tratti grottesco, che però celebra quel miracolo che è l’uomo, capace della più profonda oscurità, ma anche della luce più accecante. Irreplicabile, inimitabile, impossibile da frantumare.
Si parla di amore, odio, vanità, bramosia. Speranza e scoramento. Si osserva la violenza da varie angolazioni. Si scava nel complesso meccanismo della coscienza, dell’identità.
Ma, più di tutto, si riflette sul senso dell’esistenza in questa continua spirale di vita e di morte che è il ciclo della vita.
Ne risulta un’atmosfera cupa, grave, solo a tratti interrotta da qualche lampo luminoso, fugace quanto intenso.
Un insieme di sollecitazioni importanti, che ben presto fanno breccia, arrivando là dove pochi altri giochi riescono: nella coscienza del giocatore.
Non è tanto per le tematiche o il contesto, tutt’altro che nuovi, al di là delle specificità dell’universo di Nier.
Si tratta del punto di vista, del taglio conferitogli.
Ed è proprio qui che spicca l’impronta autoriale, nella capacità di raccontare una storia universale in modo inedito.
Niente di quello che troverete tra le pieghe di Automata vi sembrerà già visto: lo stupore estrinseco di cui sopra, diventa ben presto intrinseco. Riguarda il cuore, oltre che la forma.
Ecco allora che non ci sarà scampo al vortice di lame che il gioco vi scaglierà contro ora dopo ora, ferendovi, più volte, con suggestioni ed emozioni affilate.
Se “commuovere” vuol dire “mettere in movimento”, NieR: Automata non fa nulla di diverso.
E alla fine vi ritroverete mossi, pur essendo rimasti fermi.

NieR:Automata 3

Complessi ed affascinanti: in due parole, i personaggi di Nier Automata.
Senza scendere in dettagli, una visione d’insieme mi permette di definire il cast del gioco come un gioiello di scrittura e character design.
La prima è uno dei fiori all’occhiello dell’opera, e si concretizza in dialoghi interessanti per quello che dicono, e per quello che riescono a suggerire tra le righe. L’arte dell’allusione, che se ben utilizzata, moltiplica la presa delle parole.
Solenni, accorati: i testi del gioco, ottimamente tradotti in italiano, sono degno veicolo della ricchezza narrativa di cui sopra. Anche quando aprono ad uno humor dolce-amaro, che altro non fa che sottolineare la drammaticità del contesto.
Il character design, molto chiacchierato per le sinuosità e gli abiti succinti dei personaggi femminili, ha, in verità, una profonda valenza narrativa.
Sia nell’estetica, che nella caratterizzazione psicologica, gli interpreti di Automata sono un continuo susseguirsi di spunti e sollecitazioni, primari fautori di quella trasformazione che è cuore dell’opera.
Mai banali e stereotipati solo quel poco che serve ad inquadrare il “tipo”, senza rimanerne preda.
Niente di quello che mostrano, o dicono, è lì per pura velleità autoriale. O, peggio, per il gusto della trasgressione.
Nessuna ricerca: i personaggi di Nier Automata, l’autore, l’hanno trovato ben prima di venire ad esistenza.

Cronache di un mondo “immerso”

Via il dente: il comparto tecnico di questo Automata è indietro sui tempi.
Il motore grafico dei Platinum Games fatica, e via di texture a bassa definizione, pop up, modelli poligonali sotto tono e cali di frame rate nelle fasi esplorative.
Più in tiro i filmati, soprattutto per la cura riposta nella regia, sempre attenta a catturare i giusti dettagli. Buone anche le animazioni, e la fluidità complessiva nelle fasi di combattimento.
In generale, comunque, un risultato scarsamente esaltante. Di nuovo.
Ciò detto, il lato artistico è tutt’altra storia.
La rappresentazione visiva di questo pianeta Terra prostrato da secoli di guerre, è molto ispirata.
Cifra stilistica fondamentale: l’essenzialità.
Cromatica, con una palette limitata a poche tinte, ma molto significative. Contenutistica, con questi ambienti spogli, ad un primo sguardo, ma in verità ricchi dei soli dettagli necessari.
Bellissimi soprattutto per quello che si vede nella profondità del campo, gli scenari si rivestono un appeal che supera il dato tecnico, e diventa, anch’esso, narrazione.
La sensazione generale è quella di un mondo a metà tra l’emersione e la sommersione: immerso.
Gravemente ferito dal logorante conflitto, eppure vivo.
Da qui, l’affiancarsi di edifici diroccati, ed enormi aree desertiche divoratrici di città, ad una vegetazione che non vuole cedere il campo, e ad una fauna povera, ma riadattatasi ad un nuovo ritmo biologico.
In questo gioco di contrasti, le vestigia del vecchio mondo spiccano, raccontando storie che non hanno più voce. Uno scuolabus abbandonato alla ruggine, un’altalena immobile negli anni: cronache di una vita che non esiste più, ma non vuole essere dimenticata.
Un contesto desolante, che rende in immagini quella che è la gravità contenutistica del titolo, ma, proprio come quest’ultimo, apre ancora alla vita.
Non solo: si tratta di un mondo in trasformazione, anch’esso in movimento, come l’opera tutta.
In tutto questo, l’essenzialità diviene ricchezza, perché consente di fermare lo sguardo su ciò che conta veramente.
L’atmosfera ringrazia sentitamente.
NieR:Automata 4

A livello strutturale, il mondo di gioco propone un open world per macro aree.
Questo si traduce in un spazio aperto, ma non sconfinato, nel quale muoversi fluidamente, in tempi piuttosto brevi – magari a cavallo di un alce o di un cinghiale – e senza soffrire di labirintite. Con il rovescio della medaglia di qualche muro invisibile di troppo.
Seguendo una formula tutto sommato classica, le varie zone esplorabili sono connesse tra loro da vie primarie e secondarie, e presentano diversi segreti, che attendono di essere scoperti dal giocatore scrupoloso. Oltre a presentare un’invidiabile verticalità, tutta da scoprire.
In attesa, poi, anche decine di missioni secondarie, quasi tutte complesse e multifase, oltre che spesso interdipendenti tra loro.
Si tratta di un insieme ricco di contenuti, in cui anche meccaniche trite e ritrite sono poste al servizio di piccoli spaccati narrativi incredibilmente significativi, soprattutto per una maggiore comprensione del vasto background del mondo di gioco.
Complessivamente, comunque, la struttura ludica delle side quests è più che buona, e, salvo qualche inciampo, si lascia giocare al di là della promessa di un approfondimento del racconto. Che, puntuale, arriva a premiare la dedizione e l’attenzione del giocatore.

Torna dal primo Nier, in una versione riveduta e corretta, il mini gioco della pesca.

Torna dal primo Nier, in una versione riveduta e corretta, il mini gioco della pesca.

Già che si parla di atmosfera e mondo di gioco, impossibile non citare la straordinaria colonna sonora originale.
Come fu per il primo Nier, Okabe Keiichi ha espresso in note l’anima del gioco, suggellando, per via uditiva, il patto di organicità e coerenza siglato con il giocatore già dalle primissime battute.
In generale, le tracce sottolineano toni ed atmosfera con incredibile efficacia. Ancor di più, però, esprimono gli stati d’animo dei personaggi, spesso privilegiandoli alle azioni a schermo.
Non vi stupite, allora, se durante una sezione di combattimento piuttosto concitata vi troverete a provare una profonda malinconia: la musica è l’ennesimo tratto autoriale, e sottolinea, con precisione, il messaggio che il gioco vuole trasmettere in ogni momento.
Di nuovo, sorpresa e trasformazione continua.

NieR:Automata paesaggio

1 2