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Gli anni che hanno decretato il passaggio all’attuale millennio sono stati tra i più prolifici per noi videogiocatori. Chi ha vissuto l’epopea delle prime due PlayStation ricorderà senz’altro il contributo sostanzioso di Capcom al sacrificio di interi pomeriggi di studio pur di proseguire, anche di poco, nel gioco del momento. Ovviamente le console Sony rappresentano soltanto un esempio, in quanto, spesso e volentieri, vigeva la regola del multipiattaforma, anche per stimolare l’utenza verso quelle piattaforme meno conosciute o meno diffuse. Ma questa è un’altra storia. Oggi si parla di Onimusha: Warlords (o semplicemente Onimusha per il territorio nipponico), titolo che mi sento di porre a metà strada tra la componente horror esplorativa di Resident Evil e l’azione frenetica di Devil May Cry (tanto per rimanere in casa Capcom).

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Ecco Nobunaga fresco fresco di resurrezione. Da notare la luce ad evidenziare gli occhi, tipica tecnica cinematografica anni ’60 per sottolineare le emozioni negative del personaggio… o magari è solo un riflesso.

Abbandonate le ambientazioni americane, patria di zombie, ombrelli e poliziotti, Capcom ha scelto di giocare in casa proponendo una sua personale visione del Giappone feudale, da sempre ricco di misteri, miti e leggende, dove nelle più antiche tradizioni si fronteggiano eroi e demoni, non sempre ben distinguibili gli uni dagli altri.
Noi siamo, ovviamente, chiamati a vestire i panni dell’eroe di turno, il prode samurai Samanosuke, già noto in battaglia per essere riuscito nell’ardua impresa di eliminare il tirannico Nobunaga, capo del clan Oda, la cui brama di potere è seconda solamente alla sua sete di sangue. Un cattivo da manuale insomma.
Tornato in patria, Samanosuke si trova a dover salvare la bella principessa Yuki del clan Saito (non Taito, non c’entra nulla Arkanoid), oltre che cugina del protagonista, misteriosamente rapita durante la nostra assenza.

Misteriosamente? Esatto, perchè il rapimento è avvenuto ad opera delle forze demoniche Genma, e il nostro eroe, debole mortale dall’armatura color aragosta, nel tentativo di salvataggio, le prenderà di santa ragione fin da subito. La botta in testa gli permetterà però di entrare in contatto con gli Oni. Ok, messa in questi termini fa ridere, ma è vero! Sfruttando lo stato di incoscienza, e riconoscendo le sue doti di guerriero – ma non le aveva appena buscate? -, questi spiriti, da sempre contrapposti ai Genma, incaricano Samanosuke di combattere la minaccia demoniaca che si sta per abbattere sul mondo e di cui il rapimento costituisce solo il primo atto. Ovviamente le sole capacità umane non sono sufficienti, pertanto gli Oni fanno dono al nostro eroe del Gauntlet, un guanto magico (senza logo Nintendo) grazie al quale egli è in grado di evocare le sacre armi capaci di ferire ed uccidere i demoni che incontreremo nel nostro cammino. Ma non solo! Grazie al guanto Oni, Samanosuke acquisisce la capacità di assorbire le anime dei demoni che cadranno sotto i sui colpi, così da “riciclarle” in vari modi.

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Grazie al Gauntlet Oni potremo assorbire le anime dei nostri nemici… fa un po’ ribrezzo l’idea, devo ammetterlo.

Veniamo al comparto di gioco in sé e vediamo cosa offre. Tutta l’avventura è ambientata in un enorme castello feudale (insomma, un po’ come per il primo Resident Evil era la “masion”), ma le locazioni sono così varie e curate da non risultare mai monotone. Nonostante la presenza di mappe per ogni zona, l’architettura del castello è talmente intricata che non sarà così raro sbagliare strada almeno un paio di volte quando si dimostrerà necessario ripercorrere a ritroso alcune sezioni.

Come già anticipato, Onimusha: Warlord si presenta sotto le vesti di un gioco d’azione/avventura con una dose di survival horror e scontri basati principalmente sull’utilizzo di armi da punta e taglio. Tutte le armi demoniache degli Oni sono infatti spade e lance, differenziate tra loro essenzialmente per il rapporto rapidità/danno e tutte caratterizzate da un attacco speciale. All’arsenale principale sono accostati un arco e un fucile a pietra focaia, senza dimenticare i coltelli da lancio esclusivi per la coprotagonista che utilizzeremo in alcune brevi sezioni di gioco.

L’uso della spada in ambito “action” non può che richiamare alla mente un altro titolo dell’epoca: Devil May Cry. Differentemente da DMC, però, in Onimusha non vi è la necessità di concatenare combo per ottenere punti stile, in quanto il combattimento presenta una componente più “tattica”. E’ necessario infatti padroneggiare le armi in misura tale da riuscire a parare efficacemente i colpi nemici e anticipare le loro mosse così da infliggere più danni, magari puntando all’uccisione istantanea.
Nel precedente paragrafo avevo parlato di “anime” da raccogliere (non c’entra nulla Raziel), in particolare ogni nemico sconfitto lascerà cadere delle sfere luminose da assorbire tramite il nostro guanto prima che svaniscano. Tali sfere potranno ricaricare la nostra salute, l’energia per gli attacchi speciali, ma principalmente saranno utilizzate per potenziare armi, magie e oggetti.

In pieno stile Resident Evil le fasi di combattimento saranno alternate all’esplorazione degli ambienti alla ricerca di documenti e oggetti utili a superare enigmi, senza contare le fasi puzzle che, sebbene non di elevata difficoltà, servono a spezzare sapientemente il ritmo di gioco.

Una particolarità del titolo consiste nella scelta del livello difficoltà. Sebbene la prima partita potrà essere impostata al minimo a “Normale”, in caso di ripetute dipartite, verrà sbloccato un livello di difficoltà più permissivo. Ad ogni modo già a Normale il livello di sfida di Onimusha risulta ben calibrato. Saranno pochi i nemici realmente ostici contro i quali studiare le giuste tecniche, ma in queste occasioni rassegnatevi a vedere circa una decina di volte la scritta “Died”. Gli scontri con i boss risultano adeguati al livello del nostro personaggio, traducendosi quindi in un livello di sfida costante. Solamente lo scontro finale sarà leggermente più impegnativo, ma risolvibile già al primo tentativo grazie a cure e, in casi estremi, a talismani che avremo intanto accumulato.

La vera sfida è rappresentata dalla discesa nel Dark Realm, una sorta di minigioco dove affrontare nemici sempre più forti via via che si procede attraverso i piani del reame oscuro cercando di raggiungere l’ultimo livello.

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Per chi cerca qualche sfida in più, il Dark Realm è senz’altro una tappa obbligata, anche per recuperare oggetti molto utili.

Oltre ad una trama piacevole e ad un buon comparto di gioco, questa perla Capcom come si pone dal punto di vista più tecnico? Diciamo metà e metà.

L’esperienza maturata con Resident Evil si avverte in modo prepotente nella veste grafica di Onimusha. Anche in questo caso saremo di fronte schermate fisse pre-renderizzate curate nei minimi dettagli e molto suggestive. I modelli poligonali a schermo saranno quindi pochi (non incontreremo mai più di 5 o 6 nemici contemporaneamente), ma altamente curati in modellazione e texture, in particolare i protagonisti, con un impatto visivo complessivo di alta qualità anche a distanza di più di 10 anni dalla realizzazione del titolo.

Purtroppo però la scelta di adottare schermate fisse in un titolo action non risulta molto felice. Se già in Resident Evil era facile scontarsi con qualche zombie nascosto alla nostra vista per colpa di inquadrature “scomode”, in Onimusha la situazione sarà ben peggiore visto che ci troveremo ad affondare nemici più agili dei comuni abitanti di Raccoon City. Fortunatamente però gli sviluppatori hanno minimizzato i danni scegliendo per noi ottime visuali. In ogni caso avremo sempre la nostra fidata parata a mettere una pezza laddove il team di sviluppo non è arrivato.

C’è da dire che qualche punto Onimisha lo perde nel comparto audio. Benché i suoni siano standard, e quando dico standard parlo di librerie audio già sentite in altri giochi – non solo Capcom – la colonna sonora risulta sempre piacevole e mai invasiva. Ma ecco giungere la batosta: il doppiaggio. Sebbene le voci siano caratterizzate quanto basta a diversificarle, il doppiaggio (esclusivamente in inglese) risulta sempre, e ribadisco sempre, fuori sincrono, facendo apparire i personaggi alla stregua di “pesci dentro un acquario”. Non avrete comunque modo di accorgervene, dato che sarete sicuramente impegnati a leggere i sottotitoli a vostra scelta tra inglese, francese o tedesco.

Indice di rapimento

Onimusha: Warlords è sicuramente un titolo valido che tiene alto il nome Capcom, grazie forse alla complicità del noto Kenji Inafune che qui figura come produttore. Sembra quasi un esperimento, un punto di passaggio tra il survival horror di Resident Evil e l’action puro di Devil May Cry. Un esperimento senz’altro riuscito ma che termina proprio sul più bello lasciando molti punti interrogativi, che verranno comunque risolti nei capitoli successivi (tranquilli, la saga è piuttosto lunga). In ogni caso si tratta di un titolo da giocare almeno una volta nella propria vita ludica. Il mix tra survival e action lo rende un ibrido adatto ad essere giocato dai fan di entrambi i generi. Avremo la ricerca di oggetti e la risoluzione di enigmi per il “survival” e gli scontri che necessitano di riflessi fulminei per la componente “action”. Il vero difetto è che dura dannatamente poco.