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Perché amiamo un genere piuttosto che un altro? Un personaggio, una meccanica di gioco specifica, una serie o, perché no, una console in particolare? E, di contro, perché non ne sopportiamo invece un’altra? O perché la sola vista di quel dato personaggio o titolo ci infastidisce? In questa rubrica dal segno duplice e opposto (Perché amo…/ Perché odio…) proveremo a spiegare le ragioni di preferenze e antipatie che animano il nostro rapporto con i videogiochi.


In quello che, durante l’ultima puntata del nostro podcast (lo trovate qui), abbiamo ribattezzato come “il mese del tennis”, ho pensato di condividere con voi le ragioni della passione che da decenni ho per i videogiochi che mettono in scena questo sport.

In realtà, il mondo dei videogiochi in generale ha sempre avuto un rapporto di elezione con il tennis. Il primo videogioco in assoluto, realizzato nel 1958, è proprio un gioco di Tennis (Tennis for Two, trovate un bell’articolo qui). E sempre un gioco di tennis (tennis tavolo, ma siamo da quelle parti) accompagnava la diffusione e il successo delle prime console negli anni Settanta; prima sul Magnavox, del compianto Ralph Baer, e poi sull’Atari di Bushnell, con Pong.

Date le sue caratteristiche particolari, la semplicità di approccio e l’immediatezza della sfida uno contro uno, il tennis virtuale ha esercitato da sempre un’attrattiva forte su sviluppatori e videogiocatori. Per quanto mi riguarda, lo sport di Lendl e Chang ha avuto, dalla seconda generazione di console in poi, uno spazio assicurato nella mia collezione, partendo dal Videopac e arrivando a Switch, dalle pietre miliari di Final Match Tennis (scoperto in realtà solo 5 anni fa), fino a Virtua Tennis, Top Spin, passando per Mario Tennis.

Ma insomma perché amo questi giochi?

Il tennis è uno sport magnifico e speciale* la cui pratica è un’esperienza intensissima che coinvolge corpo e mente in uno sforzo concentrato e sempre al limite delle umane possibilità.
Esige la partecipazione totale del praticante, della sua psicologia e resistenza fisica, chiamandolo all’applicazione di abilità anche in apparente contrasto tra loro: la velocità, la potenza e l’istinto devono accompagnarsi all’estrema precisione, al sangue freddo, alla scaltrezza e al sapere strategico.

È l’applicazione di tutto questo che plasma un campione e le sue vittorie. E non è detto che sia sufficiente, perché basta niente, anche una perdita di fiducia in se stessi minima e momentanea per cedere il servizio, perdere un gioco, concedere un set o direttamente il match.
Questa ricerca di perfezione, in uno stato di equilibrio precario e costantemente minacciato, è molto affascinante. Il tennista è una specie di funambolo: può cadere in qualsiasi momento, ma se non cade e procede sul filo con eleganza e leggerezza impareggiabili, allora abbiamo un Roger Federer!

C’è una bellezza grande nell’essenzialità della sfida ricondotta al minimo grado dell’uno contro uno e al “duello” che, nell’agonismo esasperato e persino violento, non prevede, per assurdo, nessun contatto con l’avversario, nessuna offesa portata al suo corpo.
C’è una bellezza grande nella tensione che cresce al prolungarsi di uno scambio, quando un punto perso sembra essere molto più di uno 0-15 e anzi valere in proporzione all’aumentare dei colpi, in una disputa che somiglia quasi, e via via sempre di più, a una lotta per restare in vita.
Ma è una lotta all’ultimo sangue molto atipica, e sull’abisso della sconfitta si combatte “con la bava alla bocca”, ma anche con leggerezza: fucilate da fondo campo si alternano a palle corte insidiose o a pallonetti beffardi e irridenti, colpi smorzati e inattesi che sembrano costare a chi li subisce, anche un po’ di onore.

Quanto detto fin qui è perfettamente e miracolosamente riprodotto nella versione elettronica di questo sport (escludendo, ma non poi del tutto, la componente dello sforzo fisico). Ci sono tante interpretazioni che ne sono state date negli anni; si va dall’approccio più arcade e diretto alla simulazione che per essere padroneggiata necessita una dedizione e una costanza quasi da professionisti. Ma in ogni sua incarnazione saranno sempre la rapidità di movimento e di decisione, la coordinazione occhio-mano e la freddezza, ad essere premiate nello scontro più diretto che esiste dopo la boxe, facendo comparire sui nostri monitor il prodigio di una sfida sempre emozionante e coinvolgente. E questo è il motivo per cui amo il tennis virtuale.

* Se non la pensate così dovreste almeno provare a leggere il bellissimo reportage di John Mcphee sull’argomento.