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Sono molti i titoli di rilievo che può contare il curriculum di Tim Schafer. Alcune delle sue avventure grafiche, come The Secret of Monkey Island o Day of the Tentacle, sono diventate delle vere e proprie pietre miliari del videogioco. Prodotti che sprizzavano originalità da tutti i pori e riuscivano a stupire il giocatore senza bisogno di effetti grafici da urlo o stratagemmi particolari, ma semplicemente stuzzicando di continuo la sua immaginazione. Un marchio di fabbrica che è stato mantenuto anche negli altri lavori di Schafer, come Grim Fandango o Full Throttle, e che l’autore è riuscito a replicare anche al di fuori dell’ambito delle avventure grafiche, come nel caso di Psychonauts.

Il solo fatto che Psychonauts, gioco del 2005, riesca a distinguersi in mezzo agli altri ottimi lavori di Schafer, dovrebbe essere indicativo della qualità del titolo, ma, se ciò non vi dovesse bastare, è sufficiente vedere l’entusiasmo suscitato dalla campagna di crowdfunding per realizzarne il seguito. La raccolta fondi ha raggiunto l’obiettivo stabilito (fissato a circa 3,3 milioni di dollari) circa un anno fa e Psychonauts 2 dovrebbe vedere la luce nella seconda metà del prossimo anno. Bisogna dunque pazientare ancora un po’ prima di mettere le mani sul nuovo titolo, ma, se state fremendo per incontrare nuovamente Razputin e i suoi amici, Double Fine Productions ha realizzato un’avventura dedicata al visore Playstation per la realtà virtuale.

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Incontrare vecchie conoscenze videoludiche è sempre un piacere, in particolar modo in VR

Nella linea temporale del mondo di Psychonauts, la storia narrata in questo episodio per VR si colloca a cavallo tra il primo capitolo e il secondo in produzione. Questo implica che è consigliabile recuperare il titolo originale prima di giocare questa breve avventura. Innanzitutto perché è un ottimo gioco, che potete fare vostro ormai per un prezzo risibile, ma anche perché In the Rhombus of Ruin esordisce in medias res, dando per scontato che il giocatore conosca i personaggi di cui stiamo parlando e le vicende in cui siamo coinvolti.
Evito pertanto di scendere nel dettaglio della storia, così da non incappare in spoiler per chi ancora deve approcciare la serie. Basti dire che ci troviamo a bordo del jet, alla ricerca di un personaggio che è stato rapito. Ovviamente le cose si complicano presto e tocca al buon Raz salvare tutta la combriccola.

Possiamo affrontare più liberamente il discorso sul gameplay, che abbandona i canoni del platform per abbracciare invece la forma dell’avventura grafica. La progressione qui è più lineare, non avremo potenziamenti o oggetti da sfruttare. Semplicemente possiamo ricorrere ai poteri psichici, che abbiamo appreso nel primo capitolo, per interagire con l’ambiente. Spostando lo sguardo possiamo così puntare un oggetto e muoverlo grazie alla telecinesi, oppure dare fuoco a una cassa di legno ricorrendo alla pirocinesi. Double Fine ha quindi puntato sulla soluzione più semplice per affrontare il problema della motion sickness, azzerando quasi del tutto i movimenti del protagonista.

In questo senso il potere psichico più rilevante è la telepatia, che ci consente di entrare nella testa di un altro personaggio e vedere il mondo con i suoi occhi. Con questo trucco si giustifica elegantemente la scelta di un sistema di spostamento tramite “teletrasporto”, che evita problemi di nausea. Il rovescio della medaglia è la sensazione di trovarsi fin troppo legati e anche il senso di immersione concesso dalla VR risulta in parte imbrigliato. Per evitare problemi si è scelto di tagliare ogni situazione di “movimento”, optando, ad esempio, per delle transizioni che vedono Raz perdere i sensi appena prima di una caduta, per poi risvegliarsi quando si è già comodamente seduti altrove.

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Sì, potete dare fuoco anche alla carta igienica

Poco male, considerato che si tratta di un’avventura grafica e dunque si assesta su ritmi diversi da quelli di un gioco d’azione. Il problema più rilevante è invece legato alla linearità e brevità dei suoi contenuti. Forse siamo stati abituati troppo bene da Double Fine, che nel corso degli anni ci ha saputo sorprendere più volte con la sua genuina follia. Il mondo di Psychonauts, inoltre, sembra fatto apposta per dare libero sfogo alla creatività degli autori, sfruttando finalmente l’immenso potenziale della realtà virtuale. Invece ci troviamo in un gioco che non lesina qualche trovata divertente, ma che nel complesso risulta abbastanza piatto, una volta inquadrato il contesto iniziale. Che si potesse fare di più si intuisce in particolar modo nelle fasi finali, che evidenziano come le meccaniche del gioco avrebbero potuto lasciare spazio a una maggiore varietà, se estese a tutta la sua durata.

La linearità non si esprime solo nelle ambientazioni, ma anche nella progressione del gioco. Considerata la struttura da avventura grafica, sarebbe lecito attendersi qualche enigma da risolvere, dei puzzle che ci costringano a spremere le meningi, invece non c’è nessuna vera sfida ad attenderci. È sufficiente guardarsi bene attorno fino a trovare il giusto oggetto, relegando l’avanzamento più alla pazienza del giocatore che non al suo intelletto. Esplorazione peraltro piuttosto semplice, perché gli elementi con cui è possibile interagire sono ben evidenziati.

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La telecinesi è uno dei poteri più utili e si presta bene all’uso con la realtà virtuale

Sia chiaro, Psychonauts in the Rhombus of Ruin resta piacevole: incontrare faccia a faccia e a grandezza naturale i personaggi a cui ci siamo affezionati con il primo Psychonauts. strappa di per sé qualche sorriso al giocatore. Anche l’atmosfera della serie si presenta intatta. Inoltre il genere scelto, quello dell’avventura grafica si dimostra, ancora una volta, uno dei più compatibili con la realtà virtuale. Resta la sensazione che però si sarebbe potuto fare di più sia per quantità che per qualità. Una percezione accentuata dalla longevità del titolo, che si completa in circa due-tre ore e lascia pochi spunti per essere rigiocato.
Piccola nota conclusiva, i dialoghi sono doppiati e sottotitolati in inglese. Il registro utilizzato non è particolarmente ricercato e la possibilità di attivare dei fumetti, per seguire più agevolmente i discorsi, aiuta, ma tenetelo in considerazione se non masticate la lingua d’Oltremanica.

Indice di rapimento

giallo-verdeDouble Fine ci ha indubbiamente viziati nel corso degli anni, pertanto ci aspettiamo sempre giochi brillanti e originali dalla casa di Tim Schafer. È per questo motivo che Psychonauts in the Rhombus of Ruin lascia un po’ l’amaro in bocca. È indubbiamente gradevole la possibilità di incontrare quasi di persona il cast del primo Psychonauts, ma per l’esordio di Double Fine nel mondo della realtà virtuale era lecito attendersi un titolo più ricco. È un’avventura grafica di breve durata che procede in modo semplice, senza mettere mai in difficoltà il giocatore, e poco fa per sfruttare appieno il senso di immersività offerto dalla VR. Un prodotto che pertanto si rivolge più che altro agli appassionati del primo capitolo, che vogliono ingannare l’attesa del seguito.