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La violenza, in varie forme e gradi, è una presenza (quasi) costante in molti videogiochi. È spesso qualcosa di lontano e astratto, come infilzare mostri deformi o combattere guerre passate che raccontano i libri di storia. Non mancano i tentativi di sottolineare i dilemmi etici del ricorso alla forza, come si può riscontrare in qualche gdr o in altre buone narrazioni, ma è raro trovare situazioni reperibili sulle pagine di attualità dei quotidiani. Riot – Civil Unrest si cimenta nella delicata impresa, presentando scontri tra manifestanti e polizia in alcune dei momenti più critici della cronaca recente. Un tentativo coraggioso, ad opera di uno sviluppatore italiano, che rappresenta sicuramente un approccio originale al mondo dei giochi strategici.

PROTESTE (DIS)ORDINATE

Per scoprire se l’esperimento è riuscito possiamo partire dal nocciolo di Riot – Civil Unrest, ovvero il gameplay vero e proprio. Come detto, il gioco mette in scena i confronti tra manifestanti e polizia, con la possibilità di impersonare entrambe le fazioni. Il tutto in una gradevole pixel art, che a tratti sembra estratta da fotografie reali. L’azione si svolge all’interno di piccole mappe, grandi poco più di una semplice schermata, e vede, in linea di massima, una delle due parti tentare di resistere all’avanzata dell’altra entro il tempo limite.

Una folla compatta può essere una forza temibile, anche se disarmata

Può dunque capitare che i manifestanti debbano impedire lo sgombero dei loro accampamenti per cinque minuti, o che la polizia debba evitare il superamento dei cancelli nello stesso arco temporale. Le forze dell’ordine possono avere l’obiettivo di liberare una piazza, mentre, in un altro scenario, i contestatori devono riuscire a raggiungere un luogo rilevante e occuparlo. Possono esserci piccole variazioni sul tema, come la distruzione di alcuni elementi (le tende dei dimostranti, i generatori dei lampioni), ma il succo di Riot – Civil Unrest è questo.

La parte più interessante è però la modalità con cui avvengono questi confronti. Innanzitutto non abbiamo il controllo delle singole unità in campo, bensì di “gruppi di azione”, ai quali possiamo solo dare indicazioni generali. Indicazioni che potrebbero essere disattese dagli elementi che compongono l’insieme, magari perché impauriti da una carica della polizia, o perché scompaginati dal lancio di una molotov. La gestione della fazione, e quindi la scelta della strategia più adeguata da impiegare, risulta dunque meno immediata di quanto può sembrare a una prima occhiata.

L’inferiorità numerica è sostenibile solo con movimenti accurati ed un buon equipaggiamento

Il controllo del morale e dello stress è dunque un elemento essenziale per riuscire ad avere la meglio. La folla dei manifestanti ha una volontà propria, e riuscire a tenere salde le redini non è sempre un’impresa facile.
Ci viene in aiuto l’equipaggiamento speciale, con il quale possiamo attrezzarci prima di ogni scenario. Sono oggetti utilizzabili come i “poteri” di un gdr: una volta attivati, possono essere richiamati solo dopo un determinato periodo di attesa. Si passa dal megafono per raggruppare la folla, al medicinale per ridurre gli effetti dei lacrimogeni, all’utilizzo dei social per reclutare nuovi elementi per la causa.

Leggermente diverso è l’approccio dal lato polizia, per la quale possiamo scegliere l’assetto a seconda dell’unità schierata. I gruppi delle forze dell’ordine seguono con maggiore disciplina le nostre indicazioni, pertanto sta a noi decidere, per esempio, quale formazione utilizzare per muoverci sul campo. Possiamo disporci in linea, per creare un cordone che impedisce ai manifestanti di avanzare, o creare un gruppo compatto, per reggere alle ondate più violente dei contestatori. Anche qui abbiamo degli strumenti da “attivare”, come la possibilità di arrestare alcuni gruppi di persone o il lancio dei fumogeni.

L’IMPORTANZA DELL’OPINIONE PUBBLICA

La complessità di questo sistema non si ferma qua: ognuna delle due fazioni in campo può tenere atteggiamenti più o meno violenti. I manifestanti possono raggrupparsi in un punto e cercare di mantenere la posizione restando coesi, oppure tentare di rompere le ordinate righe della polizia con il lancio di sassi e molotov. La polizia, di contro, può limitarsi a far avanzare le sue truppe, ma anche ricorrere a pestaggi e cariche per disperdere una folla ostinata.

Ricorrere alla forza indiscriminata porta ad una rapida sconfitta

L’aspetto forse più originale dell’intera produzione sta proprio nel ricorso alla violenza, che non è esente da controindicazioni. L’utilizzo di una modalità più aggressiva potrebbe infatti permetterci una vittoria più agevole, magari consentendoci di sbloccare una situazione di stallo e di raggiungere l’obiettivo quando il cronometro stava ormai per decretare la nostra sconfitta. Tuttavia, l’opinione pubblica osserva attenta e influisce sul risultato finale dello scenario. Il punteggio è infatti determinato dalla somma di quello “militare” e “politica”: il primo è determinato dal semplice raggiungimento, in modo più o meno rapido, dell’obiettivo dello scenario; il secondo dalla scelta di un atteggiamento pacifico o violento. In questo modo, è possibile vincere anche fallendo lo scopo della missione, se si riesce a non reagire alle provocazioni e all’aggressività degli avversari.
Dopotutto, sarebbe difficile considerare una vittoria la liberazione di una piazza a suon di manganellate su una folla pacata. Allo stesso modo, i manifestanti si alienerebbero le simpatie della gente, se conquistassero un cantiere lanciando molotov e distruggendo beni privati lungo la strada.

La considerazione dell’opinione pubblica risulta particolarmente rilevante nella modalità di gioco più corposa, ovvero “Global”. Qui possiamo scegliere una fazione, manifestanti o polizia, e affrontare una serie di situazioni di difficoltà crescente. La risoluzione di ogni scenario permette di sbloccare nuovi equipaggiamenti per le missioni successive e contribuisce a definire il sentimento dell’opinione pubblica nei nostri confronti. Un aspetto dunque da tenere in assoluta considerazione, non solo per la vittoria del singolo scontro, ma anche in termini complessivi, perché un valore troppo basso renderebbe sostanzialmente impossibile affrontare gli scenari più avanzati. A questa modalità si affiancano la campagna, che consente di affrontare in sequenza diversi scenari legati allo stesso contesto, e il versus, che consente a due giocatori di sfidarsi in uno scenario personalizzato.

CONTESTAZIONI AI CONTESTATORI

Come si può evincere da quanto raccontato finora, la proposta videoludica di Riot – Civil Unrest è indubbiamente originale, sebbene non priva di difetti. Innanzitutto, il primo approccio col titolo rischia di essere ruvido quasi quanto gli scontri che propone. Le spiegazioni sulle modalità e sulle dinamiche di gioco sono affidate ad una sezione dedicata del menù, che non risulta sempre esauriente e resta meno immediato di un tutorial “sul campo”.
Una volta compreso il funzionamento, il titolo mostra qualche incertezza anche nel gameplay vero e proprio. Mi è capitato più di una volta che gli spostamenti delle persone seguissero dei percorsi bizzarri, restando magari bloccate dietro a un muro. Inoltre, sebbene le situazioni siano diverse, l’impostazione di fondo resta analoga in ogni singola mappa, con una fazione che deve far “sloggiare” quella opposta. Il rischio è così quello di innescare un senso di ripetitività, che può stancare i giocatori meno motivati.

Un senso di stanchezza che ho riscontrato anche nelle prime missioni della modalità Global. Nelle prime fasi gli scontri risultano piuttosto semplici, con la fazione opposta che non si dimostra particolarmente determinata. Ne emerge che ci si può ritrovare a difendere un presidio per cinque minuti, quando dopo una trentina di secondi siamo già organizzati per resistere alle blande offensive. Quel che resta è un’attesa passiva dell’esaurimento del conto alla rovescia. Di contro, nelle missioni più avanzate alcune situazioni risultano particolarmente estreme, presentando picchi di difficoltà che rischiano di innescare un eccesso di frustrazione nel giocatore.

Riuscire a mantenere le persone unite, una volta iniziata la pressione della polizia, non è semplice

Infine, due parole sull’aspetto politico di un titolo che sceglie di affrontare dei temi così delicati. Riot – Civil Unrest presenta situazioni che hanno animato l’opinione pubblica in tempi recenti, come gli scontri che hanno riguardato il movimento NO TAV in Val di Susa o l’avanzata degli Indignados in Spagna. Il supporto allo Steam Workshop e la presenza di un comodo editor permettono la creazione di scenari di persino maggiore attualità, come le proteste di gilet gialli in Francia.

Il rischio di presentare un approccio che risulti fazioso in un gioco del genere è alto e forse è per questo che Riot – Civil Unrest si limita a presentare le situazioni in atto con brevi descrizioni, che evitano di scendere eccessivamente nel dettaglio. L’intenzione non sembra dunque quella di voler essere un manifesto in favore di una o l’altra parte, sebbene, nonostante questa “distanza”, resti la sensazione di una maggiore simpatia dal lato dei manifestanti. Ciò risulta più evidente nella modalità Global, dove l’avanzamento nella campagna dei manifestanti è segnato da messaggi che sembrano indicare ad un mondo più giusto e equo, mentre le vittorie sul fronte polizia sembrano necessariamente la premessa ad un mondo dominato da lobby e diseguaglianze. Una presentazione che sembra semplificare inutilmente situazioni caratterizzate invece da un notevole grado di complessità.

Indice di rapimento

Riot – Civil Unrest si arrischia nell’affrontare temi incredibilmente delicati. Lo fa sotto forma di uno strategico, ricco di tante idee originali, che riescono così a distinguerlo ulteriormente dai concorrenti presenti sul mercato. La presenza di una folla costituita di persone con una volontà autonoma e la differenziazione tra approccio pacifico e violento rappresentano i cardini di un gameplay che può sicuramente incuriosire gli amanti del genere, magari stanchi delle solite meccaniche di gioco. Qualche sbavatura di troppo in termini di realizzazione e una mancanza di varietà nelle situazioni impediscono tuttavia a Riot – Civil Unrest di fare il salto di qualità verso l’eccellenza.