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Primo parere per il nuovo anno marziano con l’ultimo gioco finito dal sottoscritto nel 2015, non male eh? Più o meno… perché, a pensarci bene, sono un po’ in ritardo con la pubblicazione! Abbiate la grazia di perdonarmi por favor!

Stavolta, infatti, il protagonista di queste righe è un titolo di cui è difficile parlare. Un titolo con una base mediocre ma che è riuscito comunque a stupirmi non poco, dove il senso di “già visto” iniziale è letteralmente andato a farsi benedire avvicinandosi al finale.
Che poi, in verità, la parola “mediocre” è molto, MOLTO relativa in questo caso…

Abbastanza (e tristemente) sottovalutato da molti, con Spec Ops: The Line, sparatutto in terza persona sviluppato dalla tedesca ed indipendente Yager Development e pubblicato da 2K Games, si è, infatti, sempre parlato di comparto tecnico nella media, di gameplay non originale e di longevità ai minimi termini… ma se i suoi punti forti risiedono in altri fattori?
Certo, non che abbiano tutti i torti su ciò che ho appena accennato eh, anzi… ma forse è meglio fare ordine e soffermarsi un po’ su queste cose, per far capire meglio il perché questo titolo, a prescindere dal suo essere poco innovativo e dal suo “osare poco”, risulti comunque un gioco da provare almeno una volta nella vita, quasi unico nel suo genere, soprattutto alla luce delle release simili degli ultimi anni.

Ecco le release simili degli ultimi anni… no dai, scherzi a parte… è solo la gente che non ha giocato Spec Ops: The Line… ehi ehi ehi, scherzo di nuovo… (?)

Lo ammetto (anche se magari l’ho già fatto capire nelle righe qui sopra) ma, iniziata la campagna in giocatore singolo, non sono stato catturato subito da questo gioco (e aggiungerei un “purtroppo”… e un “mannaggia a me”).

A primo impatto mi si è presentato tutto come un tipico e banalissimo TPS: lineare, abbastanza ripetitivo e un po’ noioso alla lunga, con il solito sistema trito e ritrito del “vai diritto sparando a tutto quello che vedi, tanto sono tutti cattivi”, attraversando corridoi pieni di amanti del piombo e coperture da sfruttare per difendersi, armato di un paio di bocche da fuoco alla volta tra pistole, mitragliatrici, fucili d’assalto, fucili a pompa, fucili da cecchino e armi pesanti, tutta roba, in caso, presa in prestito dai nemici, senza contare quell’utile paio di granate ovviamente… in aggiunta ai sempreverdi e onnipotenti cazzotti/manici di armi a bocca eh, quelli non devono mancare.
Funzionale e ben fatto, intrattiene fino ad un certo punto, ossia fino a quando la poca originalità, sia nel gunplay che nelle situazioni in gioco, comincia a farsi sentire e a stancare un po’.

Anche il plot introduttivo non è riuscito a darmi quella qualche novità che avrebbe colmato il mio già citato senso di “già visto” che ormai mi stava attanagliando.
Spec Ops: The Line, infatti, vede le imprese di tre soldati americani della Delta Force, il tenente Alphonso Adams, il sergente John Lugo e il protagonista, il capitano Martin Walker, spediti in ricognizione a Dubai, prima ricca e fiorente e ora “città di nessuno”, rasa al suolo da una abbondante e continua serie di tempeste di sabbia, in corso da ben sei infernali mesi. La missione della squadra? “Sondare” l’ambiente e verificare la presenza di sopravvissuti, tra i quali potrebbe figurare il 33esimo battaglione americano capitanato dal pluripremiato colonnello John Konrad, ora processati e degradati dal governo americano per “tradimento” dopo la loro scomparsa durante la missione di evacuazione datagli.

Ma tra un sparatoria e l’altra, tra una sezione a binari con elicottero e una sezione “tiro al bersaglio” con le torrette, ci sono state un paio di cose, tra tutte, che mi hanno trattenuto magicamente, e letteralmente, allo schermo, anche dopo l’arrivo della signora Noia per il millesimo nemico abbattuto in poco tempo: sì, parlo proprio dell’ambientazione, della narrazione crescente e delle domande che, col tempo, si sono piano piano ammassate nella mia testa durante la partita.

America

“Parla il colonnello John Konrad, esercito degli Stati Uniti. L’evacuazione di Dubai è stata un fallimento. Bilancio vittime… Troppo alto…”

Come avrete notato dalla prima immagine e dall’incipit appena descritto, non si può di certo dire che l’ambiente di gioco, la città di Dubai, sia proprio il massimo della vivibilità e della ricchezza, anzi… quei cadaveri impiccati ai pali della luce la penserebbero in modo diverso… se solo potessero pensare… MA, per qualche oscuro motivo, tutto ciò ha un non so che di affascinante, oltre che di inquietante… beh, non che il motivo sia poi così “oscuro” in effetti.

Non sarà il posto giusto per una vacanza da sogno, non ci saranno i suoi magnifici palazzi lussuosi (o meglio, ci sono… ma non sempre nella loro completa imponenza), ma forse è proprio questo fattore un po’ “post-apocalittico” quello che rende la Dubai di Spec-Ops: The Line visivamente fantastica e ispirata, seppur nel suo essere maggiormente “desertica” e pronta al collasso… e poi, a dirla tutta, a me piace non poco il level design in questo tipo di ambientazioni, a prescindere dal tipo di gioco o, persino, di altri media, senza contare l’atmosfera davvero intensa che regala in certi passaggi di gioco, così come la “verticalità” di alcuni punti dati, appunto, dai palazzi della città.

Tra l’altro, non solo sabbia e tempeste risultano importanti ai fini della trama e quindi dell’ambientazione, ma anche del gameplay, in quanto esse saranno parte integrante di alcune sezioni in cui la prima potrà essere sfruttata dal giocatore per liberarsi di gruppi di nemici in una sola volta, come quando si rompe un vetro di un edificio sotterrato, mentre le seconde saranno utili per passare inosservato, se non per uccidere tutti quelli che bloccano la strada approfittando della poca visibilità.

dubai

Personalmente parlando (o scrivendo), non posso non rimanere estasiato davanti a questo panorama… in questo punto del gioco sono rimasto cinque minuti buoni fermo a guardare il paesaggio. Roba da cartolina… o forse no.

Ma io prima, tra i punti forti che mi hanno fatto piacere il titolo in questione, ho parlato non solo di ambientazione, ma anche di narrazione. Ed è proprio quest’ulima quella che mi ha più colpito e stupito in assoluto, quel fattore che, come detto all’inizio, ha reso Spec Ops: The Line “un gioco da provare almeno una volta nella vita, quasi unico nel suo genere”, un fattore che, negli sparatutto in terza persona, non è frequente vedere, soprattutto a questi livelli di qualità e complessità.

Eh sì, perché se inizialmente il plot, come ho già fatto notare, non mi ha particolarmente interessato, la sua evoluzione è stata invece un assolutamente fenomenale, oltre che totalmente inaspettata.

Dopo l’introduzione già descritta e una prima parte un po’ lenta e priva di mordente, infatti, la storia e i personaggi, nello specifico il nostro protagonista Walker, subiscono uno sviluppo che enorme è dir poco.
La banalità iniziale del “vai diritto sparando tutto quello che vedi, tanto sono tutti cattivi” va via via regredendo e la “tipicità” del genere da “soldato buono dal grande cuore che salva leggenti e picchia i cattivi” fa le valigie e lascia spazio ad un qualcosa di molto più grande e complesso: le menti e le azioni umane.

L’importanza della vita delle persone, a prescindere dal periodo buio o dall’aria di guerra e sopravvivenza che si sta vivendo e, di conseguenza, al di là del loro essere civili innocenti o ribelli aggressivi; le loro idee, che siano esse pro o contro quello che altrettante persone dicono o pensano; il destino segnato di, e da, ogni singolo individuo, così come le relazioni tra essi e le conseguenti decisioni, con le quali una singola persona può cambiare la vita di molte altre; lo studio della loro mente e della loro diversità psicologica, le loro reazioni a vari traumi, e i loro modi, giusti o sbagliati nel proprio soggettivismo, di accingersi ad affrontare, o no, i propri problemi e le proprie emozioni…
Per chi non ha mai giocato il titolo, queste righe potrebbero sembrare un po’ esagerate a prima vista (o lettura), soprattutto se paragonate alla base più su fornita, ma vi assicuro che non solo non sto esagerando, ma la trama di Spec Ops: The Line riserva questo e molto altro ancora.

Quella base narrativa e i suoi molteplici cliché da generico TPS/film d’azione e guerra vengono infatti sfruttati per mostrare a tutti quello che di meglio il gioco ha da offrire, ovvero una storia matura, avvincente ed emozionante, in cui si vive il vero “lato oscuro” della guerra, fenomeno che, in questo caso, non è visto come una mera giustificazione nata da degli ideali soggettivamente giusti da seguire, ma, più che altro, come un viaggio di sola andata per l’Inferno che non solo può logorare il corpo, ma anche la mente, di chiunque.
E questo logoramento sarà ben visibile dal giocatore in Martin Walker.

“C’è una linea che uomini come noi devono attraversare. Se va bene, facciamo il necessario, poi moriamo.”

Detto questo, non posso non ripetere, per l’ennesima volta, come questo sparatutto sia riuscito a tenermi incollato alla TV per buona parte della partita, a prescindere dallo stato iniziale. Nelle sue pochissime ore di gioco per la campagna in singolo, 5/6 ore circa (andando pure calmi), è riuscito a svilupparsi in un modo così grandioso e “potente” da lasciarmi letteralmente a bocca aperta e a farmi pensare continuamente (anche dopo ore… se non dopo giorni) a quello che avevo appena finito, arrivando al punto di rigiocarlo più volte… e meno male che l’ho fatto, perché la bellezza della trama raggiunge livelli ancora più alti nel momento in cui essa ti si presenta davanti con varie scelte e finali multipli, tutti realizzati e girati perfettamente, cosa che mi ha fatto amare sempre di più il tutto, vista la sua mole di temi maturi e metafore psicologicamente “pesanti”, oltre alla qualità narrativa e registica sempre grandiosa anche tra tutti i possibili cambi di scelte ed epiloghi.

Se, poi, ci aggiungiamo pure una lista di canzoni su licenza (tra le quali figurano artisti come Deep Purple, Alice in Chains e Jimi Hendrix) in aggiunta alle buone (ma non troppo) OST composte da Elia Cmíral, e una recitazione di alto livello (con tanto di buon doppiaggio italiano), allora siamo a cavallo.

Tra l’altro, piccola chicca finale: lettori che avete letto e apprezzato l’opera di Joseph Conrad, Cuore di Tenebra, o che avete visto i film che ne riprendono dei temi, come Apocalypse Now del buon Francis Ford Coppola, gioite, perché Spec Ops: The Line si aggiunge alla lista di opere ispirate al famoso libro del 1899! Ma, beh, un po’ si poteva capire già solo dal nome di uno dei personaggi principali, ovvio omaggio all’autore: John Konrad.

Indice di rapimento

Se non puoi competere con i grandi del genere allora è meglio lasciar perdere perché il rischio è grande, troppo direi. Il mercato per i giochi intelligenti o intellettuali è troppo piccolo. Nonostante Spec Ops: The Line sia un titolo in grado di distinguersi dalla massa grazie ad una storia ben scritta e un’atmosfera azzeccata, potrebbe essere in svantaggio rispetto ai grandi della medesima tipologia. Il primo episodio non ha registrato grandi numeri sul mercato e per questo motivo non vogliamo rischiare con un eventuale seguito.
– Yager Entertainment

Ed è per questo che non vedremo mai un altro capitolo dedicato a Spec Ops: The Line… MALE! MOLTO MALE!
È corto, ha un gameplay poco originale, non è un mostro tecnicamente (ma comunque bello visivamente), quello che volete… ma quando un gioco merita (e tanto), si può anche passare attraverso queste cose e dare una possibilità non solo al titolo stesso, ma anche agli autori che, con il loro striminzito curriculum composto da un paio di simulatori di battaglie aeree (ma grazie alla disponibilità 2K Games), sono comunque riusciti a confezionare un TPS fuori dagli schemi, che cattura come pochi del suo genere finora hanno fatto, riprendendo un brand ormai abbandonato da tutti (anche da Rockstar, che cancellò un progetto ad esso dedicato nel 2004) ed elevandolo ad un qualcosa di più grande e più profondo di un semplice sparatutto bellico.
Diffidate dalla presentazione iniziale e dalla ripetitività (con conseguente, e possibile, noia) della prima parte. Diffidate anche dal numero di copie vendute e dalla poca attenzione datagli. Le vendite non determinano la qualità effettiva del gioco e non gli rendono giustizia.
In Spec Ops: The Line si nasconde una piccola perla che merita di esser scoperta di tutti, amanti degli sparatutto e non.
Un’esperienza indimenticabile e stupefacente che ha segnato il genere di cui fa parte e la mia “carriera” da videogiocatore, e che spero, segnerà anche coloro che hanno avuto la pazienza di leggere queste righe senza aver giocato tale opera.

E aggiungo anche un applauso sentito a Yager Entertainment e a tutti coloro che hanno lavorato al titolo per avermi colto di sorpresa.