Share

Il mio 2017 videoludico ha rappresentato un perfetto mix tra vecchio e nuovo. Come sempre ho evitato di spendere danari nell’acquisto di titoli appena usciti, preferendo invece attendere offerte super convenienti per dedicarmi ai vari recuperi, quasi non fosse già abbastanza corposo il backlog fisico e virtuale.
Proprio sotto quest’ottica del voler smaltire e dar finalmente un volto, alla mole di titoli accatastati negli anni, e anche per disperazione se devo essere sincero, ho dedicato gli ultimi mesi del 2017 ad un viaggio indietro nel tempo e negli scaffali. Il minestrone di esperienze che ne risulta, al quale si aggiungo un paio di acquisti doverosi, in quanto rappresentativi di saghe ludiche da me amate, è difficilmente ordinabile in una lista di preferenze. Ma ehi, è una TOP 5, e per una volta ci si prova a dare un senso alle cose.


T5_Five_2017_pic01

L’arma migliore del gioco: il nostro fedele calcione!

5° – Bulletstorm
Si parte a bomba con il quinto posto che, senza stare troppo a pensarci, viene conquistato da un piccolo capolavoro incompreso del lontano 2011. Bulletstorm è un frenetico sparatutto fantascientifico in prima persona, sviluppato da People Can Fly (e qua la gente vola per davvero), gli stessi di Painkiller per intenderci, che narra le disavventure di un gruppo di mercenari, in particolare di Grayson Hunt, un tipo burbero e spaccone, che non le manda certo a dire. Il punto di forza del gioco, oltre al validissimo comparto tecnico, è senza dubbio un gameplay dinamico e ricercato, specialmente dal punto di vista delle sparatorie. Senza mai prendersi troppo sul serio, tanto da inserire nel contesto narrativo anche un sistema di punti per uccisione (sì, non ha senso, ma è bello così), il gunplay di Bulletstorm è qualcosa di mai visto prima. Vi dico solamente che spesso e volentieri, limitarsi a sparare risulta piuttosto noioso, questo ovviamente se confrontato con il poter afferrare tramite rampino i nostri nemici, così che possano fluttuare per qualche istante verso di noi, per poi calciarli con violenza contro qualsiasi superficie appuntita nelle vicinanze, o precipitarli già da qualche dirupo. Il tutto mentre sul nostro volto da videogiocatore si dipinge, indelebilmente, un sorriso soddisfatto!
Ebbene sì, ogni tanto salta fuori qualche perla che innova la formula degli sparatutto (mai sentito parlare di Timeshift?) che spesso rimane nel dimenticatoio. Fortuna che è disponibile la Full Clip Edition, e potrete correre a recuperarla… subito.


T5_Five_2017_pic02

“Ehi Boss, ma non hai altro da fare? Non so, sparare ai nemici, distruggere robottoni giganti?”

4° – Metal Gear Solid V: Definitive Expedience
Visto che sono dell’idea che le cose si comprano una volta e complete (non è vero, ho Ground Zeroes da anni su PS3, ma non ditelo in giro), poco dopo l’acquisto di questa versione definitiva, giusto il tempo di recuperare la Collection HD per giocare Peace Walker, sono riuscito ad esplorare, tutto d’un fiato, l’ultimo e discusso capitolo di una saga che ci accompagna fin dal 1987, ma che molti di noi hanno conosciuto, me compreso, solamente nel 1998 grazie a Metal Gear Solid.
Che dire, il buon Hideo Kojima, nonostante le pesanti limitazioni e assenze negli ultimi mesi di sviluppo, è riuscito a regalarci un fantastico capitolo conclusivo che si carica del difficile compito di chiudere perfettamente il cerchio delle vicende iniziate con il primo Metal Gear. MGSV è, nel suo complesso, un capitolo assolutamente atipico, con un pesante passaggio al sistema open world, e una narrazione molto diversa da quella alla quale ci avevano abituato i capitoli numerati dal 2 a 4 (specialmente quest’ultimo), tornando invece a qualcosa di più simile al primo MGS, con tanto, tanto, tanto testo da leggere e/o ascoltare.
Lo scopo di quest’ultima opera di Kojima non è però mettere nuova carne al fuoco, tanto che la storia in sé risultata piuttosto autoconclusiva, ma, come accennavo prima, chiudere un arco narrativo, giustificando e spiegando, in particolar modo, i primi due capitoli non-Solid, approfondendo molti aspetti aspetti legati alla figura di Big Boss.
Dal punto di vista del gameplay, la fluidità dell’azione tocca vette mai viste prima, sebbene l’open world che ne risulta è spesso troppo spoglio, tanto da rendere tediosa e superflua qualsiasi esplorazione. Si tratta comunque un capitolo che riesce a regalare grandi emozioni ai fan, pur non essendo, a mio avviso, uno dei più memorabili.


T5_Five_2017_pic03

“Va bene vincolare la fiamma, ma così si esagera!”

3° – Dark Souls 3: Deluxe Edition
Non fatevi ingannare dal titolo, si tratta di una normalissima versione “completa” del gioco base condito di espansioni. Dark Souls è una saga che adoro. Tutto è cominciato con il mai troppo ricordato Demon’s Souls per PS3, acquistato per la sua capacità di essere un gioco vecchio stile in quanto a difficoltà, ma che si è rivelato, sì difficile, ma molto divertente una volta padroneggiate le sue meccaniche.
Dopo aver giocato e rigiocato più volte il primo episodio della saga Dark, ed essere rimasto parzialmente deluso dal secondo capitolo, riguardo scelte di gameplay non sempre azzeccate, ho atteso impaziente il momento di mettere la mani sul terzo gioco, che tanto voleva essere il seguito diretto dei fatti di Lordran… o quasi.
Gioco alla mano Dark Souls 3 si è rivelato come una via di mezzo tra i due precedenti capitoli. Prendeva la dinamicità, il design attento degli ambienti e il posizionamento a puntino dei nemici, tipici del primo capitolo, e fondeva il tutto con le migliori trovate di gameplay del secondo titolo. Il risultato è un gioco sicuramente meno complesso del passato, molto più accessibile, ma allo stesso tempo divertente e bello da giocare. La narrazione silenziosa è ancora una volta un aspetto caratteristico anche se, in questo terzo capitolo, riesce ad essere un po’ meno criptica, regalando tante piccole perle sia narrative che di citazioni, a chi ha spolpato, e conserva ancora nel cuore, il primo intramontabile Dark Souls.


T5_Five_2017_pic04

“Dai, vieni a giocare con noi!”

2° – Doom
Pensavate che non avrei messo sul podio uno sparatutto? Ovvio che sì, e chi altri se non Doom, nella sua più recente incarnazione? Iniziato a giocare a Natale dell’anno precedente e concluso i primi giorni di gennaio, è stato di fatto il titolo di apertura del mio 2017.
Doom ha da sempre rivestito un ruolo speciale nella mia vita di videogiocatore. Non è stato il primo sparatutto al quale ho giocato, ma il primo che mi ha assolutamente catturato e divertito. Per quanto la maggior parte dei “doomer” esaltino il bellissimo Doom II: Hell on Heart, il mio preferito, e quello che mi ritrovo più spesso a rigiocare, è il primo e spettacolare Doom del 1993 (o The Ultimate Doom del 1995, se vogliamo citare il titolo completo dell’edizione “da negozio”).
Sono un nostalgico è vero, ma non sono un bacchettone… beh, non troppo almeno. Capisco che il gameplay di Doom, ancora validissimo, possa risultare un po’ stantio per le nuove generazione, quindi cosa dovevo aspettarmi dal Doom datato 2016?
Come purtroppo abbiamo imparato a nostre spese, il ritorno di brand storici a distanza di anni, non porta sempre ottimi risultati. O si ripropone il vecchio stile di gioco, o si punta al cambiamento quasi totale. Le vie di mezzo, come fu per Duke Nukem Forever, non vanno bene. Mischiare gameplay classici, con elementi moderni, tende a fornire un’esperienza strana e poco chiara. La domanda quindi è: id Software ha avuto il coraggio di osare, portando sui nostri schermi in prodotto assolutamente valido e bello da giocare? Sì, in parte.
L’essenza di Doom è stata rispettata, i nemici classici ci sono, le armi pure, così come quel gran one-army-man che è il Doomguy. Per assurdo è più Doom questo, che il famosissimo Doom 3. Eppure qualcosa non funziona. Ma cosa?
Il design dei livelli. Se c’è una cosa che mi ha deluso di quest’ultimo capitolo, è proprio l’aver in parte fallito nel voler riproporre un design aperto e complesso dei livelli, che viene sì pienamente rispettato nelle prime due mappe, ma che vira nella sensazione di “corridoio” delle successive. Non fraintendetemi, se Doom è in questa TOP 5 un motivo ci sarà, ed è presto detto. Al di là di questa pecca, che viene messa in risalto dalla vena esplorativa riproposta in questa sua incarnazione, dopo l’assenza nel terzo capitolo, nei riguardi della ricerca delle aree segrete, per tutto il resto avremo a che fare con un gioco divertente e violento come solo Doom sa essere. I miglioramenti, o meglio, gli ampliamenti del gameplay classico, non fanno altro che espandere l’esperienza di gioco a livelli mai visti nella saga, se non attraverso particolari mod come Brutal Doom, dalla quale, sono assolutamente convinto, i ragazzi della nuova id Software hanno attinto a piene mani. Vero? Potete dirlo a Fivuzzo vostro!


T5_Five_2017_pic05

“Ok, il rilevatore di movimento pare che funzioni…”

1° – Alien Isolation
Devo essere sincero, quasi non ricordavo di aver concluso Alien Isolation nel 2017, semplicemente per il fatto che si tratta del mese di gennaio (stesso di Doom). La saga di Alien ha un posto d’onore nel mio cuore, specialmente il primo inarrivabile film. Non parlo di aspetti puramente tecnici o da critica cinefila, visto che di cinema ne capisco poco, limitandomi al “mi piace perché” e “non mi piace per come“. Ma Alien credo sia stato il primo horror che sia mai riuscito a vedere per intero, senza dovermi voltare dall’altra parte nelle scene più crude, semplicemente perché non ve ne sono. Tutto è basato sull’immaginare cosa stia accadendo, piuttosto che nel vederlo chiaramente, anche perché diciamocelo, gli effetti speciali erano quello che erano, e lo xenomorfo era un tizio in costume contento di vedere Dallas nei condotti di areazione, tanto da volerlo abbracciare come fossero stati vecchi amici. Eppure il senso di angoscia era palpabile, e il suo essere fantascientifico con tecnologie dall’aspetto datato, ha generato un vero capolavoro.
E cari terrestri, ogni aspetto di quel capolavoro è tornato più vivo che mai nel titolo targato Creative Assembly. Accidenti, giocare Alien Isolation, vuol dire vivere in prima persona un film della saga, uno di quelli belli (i primi 2) e, al contempo, giocare uno dei migliori survival horror mai concepiti. Torna il senso di angoscia, condito da una varietà così grande di pericoli, che questa volta quasi saremo noi a voler abbracciare il pupazzone nero pieno di acido e saliva. Non ci sono altre parole da aggiungere se non: giocatelo!