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Siamo già oltre la metà del mese e ancora niente Top 2017? Eh oh, sono lento, oltre che Pazzo.
Ma eccomi qui, “meglio tardi che mai”.

Strano ma vero, il 2017 è stato uno degli anni in cui ho giocato più titoli in assoluto.

… No, in verità non è strano che io abbia giocato troppa roba, ma quello appena passato è stato un anno davvero PIENO per quanto riguarda la mole di videogiochi usciti e pure finiti, che siano essi nuove uscite o recuperi, comprati o prestati (ci si deve organizzare in tutti i modi no?). La cosa più strana in tutto questo, infatti, è il numero di titoli, da me giocati, datati 2017! Di solito, quando stendo la mia “top”, riempio le mie liste di retro e/o di qualcosa rilasciata anni prima, ma il 2017, di per sè, è stato davvero un grande anno per questa generazione e, in questo lasso di tempo, non sono riuscito a staccare le mani dai pad e a calmare il mio sempreverde HYPE. Anzi, ora che siamo nel 2018 sarò messo pure peggio, visto che questo si prospetta un anno ESAGERATO, ma di questo ne ho già parlato a Natale nella mia malsana “lista della spesa“, che sta pure aumentando ogni giorno che passa (mannaggia a SNK Heroines e Dark Souls Remastered)… e a ciò si aggiungono pure le beta di questi giorni, che mi stanno togliendo, e mi toglieranno ancora, troppe ore, Dragon Ball FighterZ in primis, insieme a Dissidia Final Fantasy NT e Monster Hunter World.

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Quasi 16 ore in nemmeno 3 giorni per una beta? Non sono in hype, no no… e non era ancora finita!

Proprio per tale motivo, stavolta, vorrei fare una cosa diversa dal solito: dividere il tutto in più liste.

Più “Top 5“, su più articoli. Ci ho pensato e ripensato, e sono venuto ad una conclusione: non riuscirei MAI a selezionare solo cinque tra TUTTI i giochi più belli finiti nel 2017, anche perché, nel bel mezzo della mia enorme lista, ci stanno alcune sorprese e rivelazioni che meritano PER FORZA un riconoscimento, senza contare che un paio di queste si sono presentate addirittura nel mio personale olimpo di “giochi preferiti”.

Detto questo, quindi, passiamo al sodo: parliamo di giochi usciti nel 2017.

Per alcuni è stato “l’anno di Switch”… per me no. Niente Super Mario Odyssey e niente Zelda Breath of the Wild qui… purtroppo… dopo averli provati da un amico, già mi immaginavo come sarebbe andato questo articolo una volta finiti… mmmmh… ma torniamo a noi.

Per me questo è stato l’anno di PS4 e, stranamente, PC. Sì, perché anche i PC di m- di scarsa qualità diventano perfetti davanti agli indie, alcuni tanto “leggeri” quanto belli. Anzi, si può dire che gli indie siano riusciti a monopolizzare la mia top, seppur alcuni di essi siano stati creati da grandi nomi “tripla A”. Con tutto che ho giocato e apprezzato (chi più chi meno) giochi del calibro di Horizon: Zero Dawn, Uncharted Lost Legacy, Resident Evil VII e vari picchiaduro come Tekken 7 e Marvel vs Capcom Infinite (al quale darei il premio come “gameplay più divertente dell’anno”), per non parlare di collection/remake/remastered/espansioni/robedelgenere tipo Kingdom Hearts 2.8, Crash N’Sane Trilogy o Shovel Knight Specter of Torment… beh… togliendo questi ultimi, che ovviamente sono riproposte (circa), nessuno di quelli appena accennati è riuscito a catturarmi tanto quanto quelli che sto per elencare (ovviamente, se no che top sarebbe).

Peccato però per Persona 5… che non ho ancora finito, il che, molto probabilmente, me lo farà slittare verso una Top del 2018…

Persona 5 top

Me ne sono innamorato sin dai primi istanti ed ho anche avuto il malvagio pensiero di piazzarlo comunque nella top, a forza, ma no: o finiti o niente… anche se ancora grido al capolavoro già solo per la sua presentazione, uno stile che sgorga da ogni pixel e frame che lo compone!

Iniziamo con due menzioni d’onore che, purtroppo, non sono riuscite ad entrare nei “Fantastici 5” seppur siano, a parer mio, due dei giochi più belli ed interessanti dell’anno.
Fate finta che sia una Top 7 praticamente… no, non sto truccando le cose.

Dai, non potevo non parlare di Sonic Mania e Finding Paradise.
Anzi, di Sonic Mania ne ho già parlato su una Pillola Verde qualche tempo fa e già da quell’articolo è possibile capire quanto sia stato folgorato dal sublime lavoro di Whitehead e compagnia, che ancora oggi, ogni tanto, riprendo in mano con gioia e sempre con quella faccia da ebete che scopre cose nuove gridando, in modo ripetitivo, “MA CHE BELLO È!”
E mettendomi in loop le musiche.

Ma Finding Paradise… WOW! Kan Gao e il suo piccolo team sono riusciti a sorprendermi di nuovo con questo “sequel” di To The Moon in cui gli stessi due dottori del predecessore cercano di esaudire l’ultimo desiderio del loro nuovo cliente: il protagonista di A Bird Story. Una trama ancora più particolare, un tema ancora più profondo e ricco – non per forza più “drammatico” ma, comunque, più “forte” per quanto mi riguarda – ed il tutto condito dal tipico stile della serie: stesso comparto tecnico “vecchia maniera” e stessa impostazione per il gameplay guidato dalla narrazione, ma con molta più varietà di situazioni e, come al solito, con una colonna sonora da brividi.
E l’ho finito proprio il 31 Dicembre! Non potevo finire l’anno in modo migliore.
AUGURI!

Quindi… TOP 5 DI GIOCHI USCITI NEL 2017, BY PAZZO!
Niente posizioni però, solo l’elenco dei giochi… non è una Top dite? E chissene. Non ce la faccio a dare posizioni e dire “EH, MA QUESTO È MEGLIO DI QUESTO”, soprattutto quando i giochi in questione sono così… diversi.

SI PARTE!


wonder boy the dragon's trap

Parto leggero. E con leggero intendo “qualcosa di cui ho già scritto qualcosa e che non tornerò a descrivere in tutto e per tutto per il bene del wall of text”.

Parliamo di un ritorno alle origini. Le MIE origini. Uno dei giochi che più ha segnato la mia infanzia e che ancora oggi rimane uno dei miei giochi preferiti di sempre, una preferenza ulteriormente confermata proprio grazie a questo “ritorno di fiamma”… è inutile girarci intorno, ho messo l’immagine d’anteprima: sì, sto parlando di Wonder Boy The Dragon’s Trap.
E SBAM, eccovi il mio Incontro Ravvicinato “doppio”, in cui parlo sia del remake che dell’originale, con le modifiche attuate dai nuovi sviluppatori Lizardcube, gli accorgimenti tecnici su bug, hitbox e altro ancora, come la rielaborazione della colonna sonora portata a livelli orchestrali, il tratto da disegno magistrale di Fiquet ed ogni lavoro fatto a mano animato minuziosamente frame per frame… aiut- mi fermo che se no non finisco più (di nuovo). Aggiungo solo che, seppur Wonder Boy III sia – originariamente – un gioco del 1989, questa nuova versione di The Dragon’s Trap non solo ne rende giustizia, ma afferma prepotentemente quanto il titolo Westone sia invecchiato BENISSIMO.

Ma a proposito di disegni e animazioni perfette, c’è un altro titolo che condivide questi fattori con Wonder Boy… e pure la presenza di un articolo a lui dedicato.
… WALLOP!


cuphead

Anche qua non c’è bisogno di presentazioni. E nemmeno di approfondimenti.
Come accennato qui sopra, infatti, ho avuto modo di dedicare un Incontro Ravvicinato anche al bellissimo Cuphead. E il mio amore platonico per lui si può vedere anche solo dalle prime parole elencate nel box dell’indice di rapimento sbrillucicoso multi-color. Parole che ripeterei tutte.

Non avendone abbastanza, ho anche pensato di rigiocarlo così tante volte da voler provare a fare delle speedrun! Certo, poi il mio PC ha preferito fermarmi, spegnendosi ogni volta che arrivo anche solo ai 10 minuti di gioco, ma quelli sono dettagli futili… i veri e mostruosi dettagli stanno nella realizzazione di questa creatura partorita dai fratelli Moldenhauer. Assurda è dire poco. In senso (altamente) positivo ovviamente.
Ogni tanto mi torna la voglia da sparacchiare quei bellissimi boss dal pattern ormai studiato a memoria (dopo qualche partita ed imprecazione di troppo le prime volte)… quella che non mi faccio mancare mai però è la colonna sonora. Me l’ascolto fisso (insieme a quella del Wonder Boy qui sopra e di un altro gioco presente qui sotto) e continuerò a farlo per il resto della mia vita.
Quello che ne è uscito, e quello che ho giocato, è stato proprio quello che volevo e che pretendevo sin dai tempi del suo annuncio, quando ancora veniva definito come un “picchiaduro-sparattutto”.
Un piccolo capolavoro.

E parlando di piccoli capolavori indie dal tocco “retrò”… ma se vi dico Ron Gilbert e Gary Winnick?


thimbleweed park

Thimbleweed Park… la prima cosa da dire pensando a questa avventura grafica è G-E-N-I-A-L-E!
È strano spiegare il perché… qui vige il detto “finché non lo giochi non puoi capire”. Non è nemmeno un fatto di “farsi un’idea del gioco”. Questo è l’esempio perfetto di qualcosa da godersi solo giocando. Anche perché, ecco… qualche parola di troppo e SPOILER!

Certo, potrei descriverne qualche fattore che lo compone, dal gameplay al comparto tecnico che ripescano il buon vecchio SCUMM per esempio – con tutto quello che ne consegue, dagli enigmi alle gag”, ma non riuscirei comunque a far capire quanto questo gioco sia stato maledettamente geniale, nemmeno ripetendolo all’infinito.
Anche i/le semplici “easter egg”, citazioni, rimandi, battute… tutto quello che in un gioco “normale” rimangono tali, qui invece riescono a diventare addirittura VITALI, come se gli autori volessero giocare con il media e con il giocatore stessi!
Già si pensa alla meraviglia dai primi minuti, soprattutto per la sua struttura di base e per l’accentuata caratterizzazione degli strambi personaggi che abitano quella cittadina altrettanto stramba.

Interessante, divertente e fuori di testa. “Ecco, Gilbert e Winnick sono tornati e, con tutta la loro esperienza, hanno confezionato quello che di meglio potevano fare riprendendo tutte le cose belle delle loro vecchie opere “, si potrebbe pensare quello nelle prime fasi… ma no, non è SOLO questo, è di più!
Proprio per questo, per me (non che sia un grande giocatore del genere, sia chiaro), si può parlare di uno dei MASSIMI ESPONENTI dell’avventura grafica. Questo riesce ad andare OLTRE quello a cui siamo – o meglio “sono” – abituati/o.
Come si può NON usare la parola capolavoro anche qui, quindi? Rimanere stupefatti ed estasiati anche il giorno dopo averlo finito non è cosa da tutti. Non per altro, al tempo, ne ho subito discusso con la collega verde Talesofmanu, che ringrazio ancora di infinito cuore per avermelo fatto giocare. Anzi, è stata proprio lei a parlare di Thimbleweed Park sul nostro sito marziano tramite un Incontro Ravvicinato, quindi leggete il suo approfondito parere in caso, che è meglio di queste tre righette!

E con questo sono tre indie… ma non è di certo l’ultimo.


HellBlade

Sorpresa delle sorprese! Ecco cos’è stato per me Hellblade!
Ho sempre avuto un rapporto non troppo positivo con i giochi targati Ninja Theory. Di quelli che ho fatto, solo Enslaved è riuscito ad appassionarmi abbastanza (non che Heavenly Sword o DmC: Devil May Cry siano giochi pessimi ma… meh), quindi, inizialmente, non ho visto di buon occhio l’annuncio di questa loro novità. Poi la curiosità ha prevalso, ho seguito la sua realizzazione negli anni, i vari studi e progressi del piccolissimo team di sviluppo, i trailer che hanno aumentato il mio interesse ad ogni nuovo video… poi è uscito, a prezzo budget, come un semplice indie… ma, alla fin fine, non è stato un “semplice indie”.

Il viaggio di Senua ha dell’incredibile. La “trasposizione in digitale” della sua malattia, la psicosi, è reale, palpabile, tanto che ci si sente affetti da essa in prima persona, soprattutto con l’uso (quasi obbligatorio) delle cuffie. Ogni tanto mi saliva l’ansia nel sentire quei continui brusii e quella moltitudine di voci insistenti, talvolta amiche, talvolta contraddittorie. Giravo la testa pensando ci fosse qualcuno dietro nella realtà, per dire. Non esagero nel dire che il sound design di questo gioco è una delle cose più belle ed immersive del mondo videoludico. E la recitazione dei personaggi, tutti facenti parte del team di Ninja Theory, è quasi da Oscar, soprattutto l’attrice dietro Senua, che riesce a rendere perfettamente tutte le emozioni della protagonista portando all’empatia totale, grazie anche al fantastico comparto tecnico.

In più, anche il gameplay viene adattato alle “particolarità” della nostra guerriera e non è una cosa da prendere superficialmente, a prescindere dalla pluri-citata (dalla critica) ripetitività di situazioni tra combattimenti ed enigmi, componenti che, però, riescono comunque a tenere incollati per tutta la durata senza annoiare, come un bel film di 8 orette. Un bel film con tanto documentario sulla realizzazione, da vedere DOPO la fine del gioco e di vitale importanza per capire al meglio i meriti del titolo.

Insomma, si è capito come sia riuscito ad impressionarmi, ed è inutile parlarne troppo. Parliamo di “un indie tripla A” che merita tutti i suoi 30 euro, se non di più, quindi, secondo me, non ha senso non provarlo.

Passiamo all’ultimo gioco, ma non meno importante, anzi… passiamo ad un’altra protagonista donna.
Oddio… “donna”… sì, circa.


nier automataNieR: Automata… allora… no, un casino… qua ci sarebbe TANTISSIMO da dire. E anche qui, come con Thimbleweed Park, mi viene in aiuto Talesofmanu con il suo Incontro Ravvicinato a riguardo di ben due pagine.
Dal canto mio vi dico una cosa: il primo NieR è stato, a prescindere dai limiti tecnici, uno dei miei giochi preferiti della scorsa generazione ed, anzi, è diventato istantaneamente uno dei miei giochi preferiti in assoluto, tanto da avermi portato ad amare l’autore – Yoko Taro – le altre sue opere – la serie Drakengard – e la sua mente deviata che, in ogni suo titolo, riesce sempre a farmi a brandelli sia il cuore che il cervello. Da quando ho finito NieR, infatti, ho sempre pensato cose come “ma se NieR avesse avuto un budget più alto e ne avessero un po’ limato grafica e gameplay?” o “ma se Taro facesse un gioco con un team tipo, che so, Platinum Games? Aaaah, la perfezione”… sì, l’ho pensato davvero. Ed è stato uno dei motivi che mi ha portato alle lacrime durante l’annuncio di Automata, oltre al ritorno inaspettato di NieR, ovvio.

Ecco, NieR: Automata ha realizzato perfettamente i miei desideri più reconditi.
Per me è la perfezione.
No, non è un gioco perfetto, ci mancherebbe, non capite male.
NieR: Automata è la MIA perfezione, ovvero tutto quello che io avrei voluto in un videogioco del genere.
Qui Yoko Taro è stato anche più libero di fare, di osare, di uscirci di melone come al suo solito. Certo, è anche un po’ più “ottimista” e meno “pazzo” (soprattutto meno di un Drakengard, anche se è questo che me l’ha fatto amare), ma la carica emotiva, le tematiche, la narrativa, la caratterizzazione, l’ambientazione… Taro-sensei al top! E quando una persona del genere, con le sue idee giustamente malsane, viene affiancata da un team talentuoso come quello di Platinum Games – con i suoi gameplay action esageratamente frenetici, divertenti e dalle mille sfaccettature -, da quel genio della musica di nome Keiichi Okabe – con una delle colonne sonore più eccelse del panorama videoludico – e, soprattutto, un budget decente… beh, la perfezione.
Non me lo dimenticherò mai, nemmeno dopo la morte.
Anzi, voglio il funerale con la OST in sottofondo.
… Che stavo dicendo?
Ah già: AVE YOKO TARO!

yoko taro


Un platform, un’avventura dinamica, un run ‘n gun, un action-rpg, un’avventura grafica.
Senza contare tutti gli altri.
Un anno pieno. Un anno vario. Un anno bello.
Già solo per questi dovrei parlare del 2017 come uno degli anni migliori di sempre per la mia “carriera videoludica”, ma al prossimo articolo avrete l’idea di quanto i recuperi abbiano migliorato ulteriormente la situazione. Enormemente. Come se non fosse stato abbastanza.

Il “brutto” è che alcune sono mancanze veramente pesanti… e il solo pensiero della mia personale lista di roba rimasta ancora indietro (salvata su un pratico documento Word) mi fa rabbrividire!
Quindi, bon, siamo alla fine di questa “piccola” lista annuale, come da tradizione.
Ci vediamo alla prossima Top 5, quella di vecchi giochi recuperati nel 2017!