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Valiant Hearts: The Great War racconta la Guerra.

Quella sporca, estenuante, crudele espressione dei più bassi e biechi intenti umani, che cerca di disumanizzare ogni cosa, incontrando però la strenua resistenza di cuori valorosi.

Ma, più di tutto, Valiant Hearts racconta L’Uomo.

Quello in grado di sopravvivere, tenacemente, ad ogni notte, ritrovandosi ancora saldo allo spuntare di ogni nuova alba. Fino a che la sua ora non giunga, trovandolo però fiero e degno di ogni onore.

Strana creatura è l’uomo.

È capace di erigere muri per decenni solo per non dover incrociare la strada di chi considera diverso, lontano. E’ capace di emarginare, di covare odio, di vendersi l’anima in nome del profitto. E poi, proprio nel momento in cui forze esterne ed inesorabili gli chiedono di sentirsi “nemico” di altri, sa riscoprirsi fratello di ognuno, quale che sia il nome che porta, la bandiera che serve, la lingua che parla.

Questo è l’uomo di Valiant Hearts. Un eroe inconsapevole, vittima degli eventi ma al contempo mai domo, mai sconfitto in quello che conta, nello spirito.

La storia prende le mosse all’indomani dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, in quel fatidico 1914 che tanto ci ha “perseguitato” dai libri di storia, chiedendoci un’attenzione, una memoria, che spesso non siamo stati – o almeno io – capaci di tributargli.

Karl è un tedesco che vive in Francia con la moglie, Marie, e il figlio Victor. Conduce, insieme al suocero Emil, una vita tranquilla, portando avanti la propria fattoria.

Ma sorda e cieca è la guerra alla felicità dell’uomo estraneo ai giochi di potere “elevati” e “sottili” come le macerie e i corpi che si lasciano alle spalle.

La dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, allora, sconvolgerà ogni equilibrio, e Karl ed Emil si troveranno a servire due diverse bandiere, su fronti opposti ma spesso vicini.

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Strappati alla loro casa, alla donna che entrambi amano e a quel bambino che rappresenta il loro futuro.

Divelti a forza da una vita concreta, vera, in quanto animata da sentimenti e intenti reali, per essere proiettati in un contesto paradossalmente meno consistente sotto la sua pulsante superficie, perchè guidato da forze che sono, in verità, effimere come la tempra morale di chi muove le pedine sulla scacchiera.

Questi due uomini uniti dall’amore e separati solo da una nazionalità che non conta per loro più dell’annotazione sui loro documenti, Karl ed Emil rappresentano ognuno di noi, l’uomo comune preso nella morsa di eventi più grandi di lui, con la sua nobiltà e il suo coraggio sopiti che attendono di essere risvegliati.

Freddie è un americano arruolatosi come volontario nelle truppe francesi. Un folle, agli occhi dei più, spintosi oltre ogni umana comprensione, laddove in pochi hanno scelto di andare e in molti sono stati costretti a trascinare i loro corpi riluttanti.

Un volontario al fronte nella legione straniera. Non l’unico, anzi, uno dei tanti. Ma, al contempo, uno dei pochi, se visto attraverso gli occhi di chi, disteso nel fango umido in interminabili attese spesso rotte solo dai cupi echi della morte, tiene sempre, nella propria mente, un piede sulla strada di casa.

Ma Freddie non cerca la guerra, ce l’ha dentro. E vuole vendetta. E può trovarla solo attraversando i fronti come un indemoniato alla ricerca dell’uomo che ha schiacciato ogni sua speranza, lasciandogli un animo in frantumi.

Anna è una studentessa belga, figlia di uno scienziato rapito dai tedeschi per sfruttarne le scoperte, che decide di recarsi al fronte come infermiera volontaria, alla disperata ricerca del padre.

Un animo nobile e gentile il suo, prodigo di slanci verso un prossimo che non riesce proprio a considerare ostile, o lontano. Non sarà certo un colore o un accento o peggio ancora la direzione di fuoco di un’arma a dirle a chi prestare il suo aiuto.

E poi, ciliegina sulla torta, crema nei bignè di San Giuseppe, marmellata nella Sacher, ricotta nel Cannolo siciliano… ok, si è capito credo, è Walt, un cane da guerra, inarrestabile mascotte delle nostre peregrinazioni al fronte, che, come efficacemente anticipatoci, porta sempre a termine il suo compito.

Provenienze diverse, lingue diverse, storie diverse. Ma un destino comune, quello di dover vivere sulla propria pelle gli inenarrabili orrori della Prima guerra mondiale.

Le strade dei nostri eterogenei personaggi si incroceranno e separeranno più volte in quell’infernale carnevale di morte e disumanizzazione che è il fronte.

Li seguiremo, sul fronte francese, durante tutto il dipanarsi della Grande Guerra, trovandoci a guidarli in disperate avanzate, schivando e contando i corpi dei caduti, in uno scenario di agghiacciante annichilimento di ogni sentimento.

Li aiuteremo in rocambolesche fughe, ci infiltreremo, ci fermeremo con loro ad assistere feriti, quale che ne sia il colore dell’uniforme, li osserveremo perdere e ritrovare le speranze, ci troveremo ad ammirarne la forza d’animo e la nobiltà, e a dubitare con loro della reale possibilità che la parola fine giunga a sedare animi accesi da motivazioni sfumate con il tempo.

A volte dovremo cedere, seppur per brevi attimi, alla violenza di quanto ci circonda, rispondendo, nostro malgrado, alla legge del più forte.

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Eccolo, il nostro manipolo di eroi inconsapevoli, magnificamente caratterizzati finanche a livello visivo, con questo design cartoonesco decisamente marcato.

Saremo anime erranti in una terra che sembrerà avvolgersi su stessa come un tapis roulant, presentandoci sempre gli stessi scenari di distruzione pur su suoli diversi, per quanto tenteremo di lasciarceli alle spalle, di trovare una fine ad un conflitto che, oramai, sembra alimentarsi di ogni caduto per un’ingordigia cieca e senza scopo.

Ma, di trincea in trincea, attraverso cariche e ritirate, lungo tunnel sotterranei e per le vie di città in ginocchio, sapremo accendere, con i gesti che questi piccoli grandi eroi per caso sceglieranno di compiere, piccole fiamme, luci in grado di resistere alle intemperie della guerra, tracciando così la strada che non si perde anche quando sembra dispersa, che non cede anche quando sembra cedere, che non termina anche quando sembra senza uscita e, soprattutto, che non conosce oscurità ma solo la luce dei suoi artefici e imperituri viandanti.

La strada dei Cuori Valorosi.

E la mano che sapranno tendersi questi uomini provenienti da vite che nessuno avrebbe potuto immaginare compartecipi di una stessa rappresentazione, sarà a sua volta pronta a rispondere ad ogni grido di aiuto, in una catena di solidarietà che aprirà squarci di inestimabile valore nell’oscuro velo gettato sulle sorti di milioni di uomini da quella pesante “parentesi“ della nostra storia.

Ci sembrerà allora naturale vedere l’uomo che vince ogni disumanizzazione. Naturale vedere una mano che afferra un ferito abbandonato tra il fango e i corpi dei suoi compagni. Naturale vedere l’amicizia trionfare laddove i proiettili  segnano traiettorie d’odio.

E sarà bellissimo trovarci a sentire tutto questo così naturale pur essendo ben consci di quanto poco lo sia, il più delle volte. Perché vorrà dire tornare credere nella grandezza della natura umana, lasciare trapelare un po’ di fiducia in un qualcosa che spesso dimentichiamo, ossia che siamo capaci di molto anche quando potremmo più facilmente cedere alla pochezza dei più bassi istinti.

La Guerra e l’Uomo, in Valiant Hearts, ci parlano le loro tante lingue senza parlarne alcuna eppure risultando massimamente eloquenti.

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I modi sono un po’ rudi, ma quello che vuole mi sembra chiaro, anche senza troppe parole. E poi per te questo e altro, piccolo grande Walt!

Nel gioco, infatti, nessun dialogo ci spiegherà ciò che andremo a vedere, suggerendoci i toni degli eventi o gli stati d’animo dei loro interpreti. Solo immagini, persino nei fumetti delle conversazioni.

Eppure…

Eppure mai, neanche per un momento, avremo l’impressione di essere sordi ad ogni pur minimo cambiamento di tono, ad ogni sfumatura narrativa ed emotiva, ai più nascosti messaggi di un gioco che dice senza dire, in quella che è una delle più grandi qualità di ogni forma espressiva che utilizzi uno schermo per giungere sino a noi, ossia raccontare soprattutto mostrando.

Le parole sono un meraviglioso veicolo narrativo, nonché uno dei più grandi strumenti offerti all’uomo per esprimere se stesso.

In grado di costruire castelli pur restando confinate sulle superfici in cui sono impresse, queste piccole architette dalla fantasia spesso ironica e subdola, sono croce e delizia di chi ama farsi rapire dalle loro linee ardite, per poi, a tratti, pentirsi di essersi lasciato prendere e manipolare senza opporre alcuna resistenza, ritraendosi quasi, in un’inutile fuga da un “vizio” dolcissimo che sa già che non abbandonerà mai.

Se è vero che le parole son tutto questo, e anche molto di più o, a volte, ahimè, molto di meno, è pur vero che non bisogna utilizzarle per sopperire all’incapacità di creare, quando il contesto lo richiede, immagini altrettanto efficaci, in grado di atterrare con un impatto fortissimo sulla nostra coscienza, protetta solo in quella frazione di secondo necessaria per sbattere le palpebre.

Non voglio cedere a sterili generalizzazioni né instaurare una competizione tra queste due forme espressive, che si esaltano reciprocamente come non devo certo essere io a dirvi, ma, spesso, vivono un rapporto sbilanciato, che, quando pende per il mezzo espressivo in quel frangente meno appropriato, rischia di vanificare tutta l’ispirazione sottostante entrambe.

Questo brevissimo excursus assolutamente personale vuole essere un mio modo per dirvi che ho follemente adorato la scelta degli sviluppatori di lasciare che Valiant Hearts ci arrivi in presa diretta, mostrandocisi in tutta la sua intuitiva efficacia, filtrando attraverso ogni nostra difesa e sedimentando dove è più fertile, sul suolo della nostra coscienza.

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Non servono parole per esprimere l’uomo quando le sue azioni lo precedono. L’incontro tra Emil e Freddie, e la cronaca della loro amicizia nata e cresciuta sul fronte, sarà assolutamente eloquente.

E allora, questo registro narrativo che passa soprattutto, ma, come vedremo, non solo, per gli occhi, per la nostra immaginazione, lasciando che siamo noi a trovare, nella nostra mente, le parole per descrivere ciò che stiamo vedendo, non solo è immensamente efficace, ma stimola anche la nostra fantasia, spingendoci a dar voce ad ogni muta emozione che attribuiremo ai gesti dei nostri personaggi.

Le storie cui assisteremo, che osserveremo compiersi secondo gli insondabili schemi del fato, saranno quanto mai espressive, ricche, profonde. Non parleranno, ma noi, credetemi, le sentiremo gridare nella nostra mente e nel nostro cuore.

Valiant Hearts parla una lingua universale, si lascia capire in modo intuitivo, senza troppe mediazioni testuali, senza filtri.

L’uomo è uno, al di là delle diverse lingue e dei diversi credo. C’è un linguaggio che non richiede traduzioni, ed è quello della solidarietà, della fraternità, dell’incontro tra due cuori.

Formuleremo frasi mai pronunciate, immagineremo dialoghi mai scritti. E in tutto questo, ci sentiremo vicini a questi sfortunati eroi, uniti a loro dall’universalità della condizione umana, al di là delle contingenze esterne.

Il viaggio di Emil, Karl, Anna, Freddie e del mitico Walt, sarà dunque, nonostante il naturale senso di distacco e repulsione per un contesto che sentiamo così lontano da noi, desiderandolo tale, anche nostro. Lo sentiremo passare attraverso di noi con un moto costante, in breve tempo ci avrà interamente alla sua mercé. E sarà bello, credetemi, sventolare la bandiera della resa.

Ma le parole non sono esiliate da Valiant Hearts.

Ed infatti, uniche ma significative deviazioni del comparto narrativo da questo fenomenale carosello di immagini saranno la voce, magnificamente doppiata in italiano, che ci accompagnerà durante i passaggi cruciali scandendo con le sue misurate parole lo scorrere del tempo tra un evento e l’altro e contribuendo a concederci momentaneo ed illusorio ristoro dal dolce amaro tumulto del nostro animo, e i diari dei personaggi, inestimabili fonti di ulteriore approfondimento delle loro complesse vicende umane.

Tuttavia, queste scappatelle testuali o vocali,  lungi dal compromettere l’integrità del legame tra il giocatore e la chiave narrativa essenzialmente visiva, avranno l’effetto opposto, esaltando ancora di più il coinvolgimento in questo procedere per immagini, come quando, dopo essersi fermati ad ammirare un panorama mozzafiato, si torna con ancora più slancio sulla strada del viaggio intrapreso.

E allora sì che il sodalizio tra immagini e parole, pur con e anzi proprio in ragione de la preponderanza delle prime, risulterà quanto mai forte ed efficace.

Il finale poi, pur mantenendo il più assoluto riserbo al riguardo, è di quelli da metabolizzare con calma, che lasciano scie ed echi capaci di sopravvivere ben oltre lo scorrere dei titoli di coda. Da brividi.

Se mi chiedeste di esprimere il sistema di gioco di Valiant Hearts in una sola parola (non lo avete fatto e dubito che lo fareste conoscendomi, ma soprassediamo) vi direi “intuitivo”.

Quello che ci troveremo a sperimentare sarà infatti un sistema di gioco ibrido, che si fonda su delle meccaniche da avventura grafica 2d, che potremmo definire dinamica, combinando sapientemente fasi platform alla risoluzione di enigmi, invero non particolarmente complessi, ma sicuramente ispirati e divertenti, non disdegnando brevi incursioni in altri “territori”, quali prove di riflessi, improbabili quanto creative fasi stealth, sessioni più movimentate e rocambolesche sezioni di “guida” letteralmente vissute a ritmo di musica, forse una delle trovate più spassose dell’intero gioco.

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Alla guida di Anna ci verrà richiesto di cimentarci in queste prove di riflesso a tempo, attraverso cui presteremo cura e assistenza ai feriti disseminati nelle ambientazioni di gioco. E, credetemi, non sarà sempre il ginocchio sbucciato di una tenera bambina…

La miscela risultante dalla fusione di questi elementi che quasi sembrano stonare se letti insieme nero su bianco, è, a mio avviso, quanto mai riuscita ed efficace, tanto da risultare ben amalgamata pur se non monotona.

Parte preponderante di questo mix vincente è sicuramente quella che ci vedrà intenti nella risoluzione dei rompicapi proposti, che non spiccano per una difficoltà da meningi costantemente in tensione, ma si esaltano attraverso l’ingegnosità di fondo, così da risultare estremamente intuitivi ma al contempo mai banali, in quello che può sembrare un ossimoro ma è in realtà uno dei punti di forza del titolo.

Verremo chiamati ad interpretare le situazioni proposte in modo creativo, interagendo sapientemente con il nostro fidato Walt, cui dovremo spesso cedere la scena al fine di raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili, di distrarre i soldati nemici o di ottenere assistenza al fine di compiere azioni in simultanea.

Ci troveremo a vivere continui cambi di prospettiva, impersonando alternativamente i vari personaggi man mano che seguiremo le la traiettorie ad effetto della pallina lanciata ripetutamente dal fato, in una crudele partita a tennis in cui ogni set sembra decisivo. I personaggi hanno, ognuno, una propria peculiarità, consistente sostanzialmente in un’abilità particolare da utilizzare per superare alcuni ostacoli ambientali o per prestare aiuto ai tanti bisognosi che incontreremo.

Questo movimento contribuisce a rendere l’andamento molto dinamico, rendendo ancora più effettivo l’intento del gioco di offrirci diversi punti di vista di una stessa tragica condizione, che convergono tutti laddove conta di più, dove risiedono le virtù del nostro animo.

L’esperienza di gioco risulterà allora fluida e coinvolgente e difficilmente permetterà alla noia di far breccia in quegli oscuri pertugi in cui spesso si infiltra nonostante le nostre pur nobili intenzioni.

Per il giocatore sarà semplice, intuitivo, calarsi nelle meccaniche proposte, godendo della fluidità con cui scorre questa deliziosa avventura, e dell’accurata scelta dell’alternarsi dei fronti e dei diversi stili di gioco.

E questa precisa volontà degli sviluppatori di puntare su un approccio immediato alle meccaniche di gioco e alle loro evoluzioni è propedeutica alla contemporanea assimilazione del registro narrativo puramente visivo di cui sopra, in un tutt’uno armonico in grado di rompere gli schemi e di risultare efficace dove molti potrebbero vedere un tallone d’Achille, una debolezza.

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Evitare ostacoli alla guida di un’automobile stracolma di soldati e a ritmo di musica? Fatto.

Saranno poche ore, otto nel mio caso, di pura sospensione e di puro coinvolgimento, capaci di strapparci un sorriso tanto quanto un moto di commozione e di portarci, soprattutto, a riflettere senza però forzarci la mano, solo chiedendoci di prestare attenzione ad una storia che tante volte abbiamo sentito, letto o visto raccontare, ma che, tra le pagine virtuali di Valiant Hearts trova un’altra, magistrale, trasposizione, forse capace di richiamarci all’ordine dal tiepido interesse che troppo spesso riserviamo a ciò che sentiamo oramai acquisito, quasi alla noia.

Encomiabile poi la cura riposta nel fornirci un quadro tutt’altro che superficiale degli eventi che hanno segnato e solcato il Vecchio Continente in quei fatidici anni, attraverso la miriade di informazioni rinvenibili nei documenti che sbloccheremo man mano e negli oggetti che potremo recuperare, con un po’ di spirito di osservazione e di piglio esplorativo, all’interno delle ambientazioni proposte.

Una grande quantità di informazioni storiche dettagliate spesso vestite da curiosità, si da tenere alto l’interesse del giocatore, raccontandogli verità magari ignorate, o semplicemente tralasciate.

Ci ritroveremo, spesso, a soffermarci a leggere le cronache di guerra sbloccate procedendo nell’avventura e la descrizione dei collezionabili, qui veramente sensati e anzi atti a premiare con qualcosa di più di un semplice trofeo la pazienza del giocatore nel recuperarli.

E non mi ha stupita, alla luce di tutto ciò, scoprire che questa perla sviluppata dalla Ubisoft Montpellier sia stata ispirata da delle lettere scritte durante la Prima guerra mondiale.

A livello visivo il gioco è davvero uno spettacolo.

L’utilizzo del motore grafico UbiArt Framework, già visto e apprezzato in Rayman Origins, Rayman Legends e Child of Light, è davvero efficace al fine di dare l’effetto di trovarsi dinanzi a dei meravigliosi disegni catapultati sullo schermo direttamente dai fogli dei loro autori, senza troppi filtri e troppe elaborazioni.

Questa grafica cartoonesca, fumettosa, oltre ad essere superba, è in efficace contrasto con le tematiche trattate, dalle quali mutua però le tinte fosche, cupe, accese ma rischiarate, a tratti, da sporadiche e studiate, note di colore, spesso legate a singoli dettagli che richiedono la nostra attenzione.

Le ambientazioni sono ricreate in modo perfetto, ricche di dettagli e di oggetti da scovare, oltre che assolutamente suggestive. Affreschi di una Guerra che sembra parlarci direttamente attraverso gli scenari proposti, per nulla mitigata, quanto ad intensità, dal filtro dello stile visivo adottato, come accennavo sopra.

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Neanche un briciolo della brutalità della guerra si perde tra i bellissimi disegni, anzi, questo contrasto visivo ed emotivo è estremamente efficace.

Una gioia per gli occhi, un ulteriore strumento narrativo offerto al giocatore al fine di consegnargli un’esperienza di gioco espressiva a tutto tondo.

La colonna sonora , di assoluto spessore, alterna sapientemente registri aulici ad incursioni in terreni decisamente più frizzanti,  e ho personalmente trovato fantastiche anche quelle “pennellate musicali” che segneranno alcuni momenti di gioco, come la risoluzione di un enigma o un contesto cui prestare particolare attenzione.

Indice di rapimento

Valiant Hearts: The Great War è un titolo intuitivo che però nasce da un’intuizione tutt’altro che semplice, banale o scontata.Ciò che di immediato c’è in questo gioco, sia nelle modalità espressive sia nel sapiente mix di situazioni e stili del gameplay, si traduce, come toccato dalla mano di un Mida virtuale, in magniloquente efficacia narrativa che, vestita in modo semplice, riecheggia di echi molto profondi, stratificandosi nel giocatore che pure la percepisce in modo diretto, sedimentando in lui con la pazienza delle storie che chiedono di essere ricordate.I toni sanno essere forti e al contempo accessibili. Non necessariamente, infatti, un messaggio importante ed intenso deve essere portato da un “veicolo” pesante.

Basta, a volte, dare quella giusta misura, quel gradevole equilibrio tra gravità emotiva e registri più leggeri, che amplifica, se possibile, la percezione del giocatore, anche se a livello inconscio, senza affanni.

Eppure si parla di guerra, di morte, di disperazione, di fame, di orrore. Eppure i personaggi, lungi dal risultare stereotipati eroi o impavidi idealisti, soffrono, sono spinti al limite, a volte cedono ai loro istinti, sono costretti a compiere azioni che ripudiano. Eppure è dura, commuovente, dolorosa questa avventura.

Ma tutto questo trova una porta d’accesso privilegiata nel cuore e nell’animo del giocatore, che non si sente mai violato nella sua intimità da queste immagini così esplicative, così espressive, bensì pronto, coraggioso, solidale.

E alla fine, quello che rimane, è un messaggio di fratellanza universale che sfida ogni convenzione sociale, ogni spinta separatista, ogni bieco interesse materiale. L’incontro tra due vite può avvenire in ogni luogo, e nessuna linea di confine, nessun pezzo di stoffa agitato dal vento, può separare due cuori che si sono riconosciuti.

Non a caso, i protagonisti di questo gioco, i veri valorosi, sono proprio i cuori dei nostri Karl, Emil, Freddie, Anna e del meraviglioso piccolo Walt, che si incontreranno dove la vita sembra destinata a finire, aggrappandosi l’uno a l’altro e scoprendo che il muscolo più forte del nostro corpo è quello che, spesso, alleniamo di meno.

Consigliato a tutti, nessuno escluso.